Una sola è la strada per la felicità, dice il saggio.
Oddio, forse dovevo svoltare prima.

sabato 19 maggio 2018

ESPRESSIONI ROMANE USATE IMPROPRIAMENTE DAI NON ROMANI

L’espressione in questione è “sti ca...” (ehm, pudore frutto di un'educazione vecchio stile. Per capire meglio vedere il video in basso).
Qual è il problema? Il problema è che molti non romani la usano in modo sbagliato, sono tutti convinti che significhi un’altra cosa.

Prendo spunto da una nota pubblicità di pavimenti, dove a un certo punto si esclama “Stigatti!” (che è la versione edulcorata della nostra amata espressione), per dire: Accidenti! Accipicchia! Apperò! Super!  Anche molti altri - non romani – la usano con quest’accezione (a occhio e croce soprattutto al nord).

E invece manco per niente. C’è un grande fraintendimento. Per esprimere "Acchipicchia, apperò" noi romani, con la delicatezza verbale che ci contraddistingue, usiamo dire “mej co...” (stesso discorso di prima).

Invece la famosa
“sti ca...” vuol dire: chisseneimporta, mi rimbalza, mi scivola, non mi cale. Voi capite che il significato è completamente un altro. Tra l’altro da noi è usata molto di frequente, anche nelle varianti “ma sti ca...” e "sti grandissimi ca...” ed è considerata una vera e propria filosofia di vita, una forma di distacco dal mondo, un’aspirazione all’ascetismo, diciamo.

Cosa di cui chi vive a Roma ha atavicamente bisogno.

Ecco, spero di aver aperto uno spiraglio verso la corretta comprensione di un modo di dire ormai tanto diffuso. Oh, e se poi qualcuno non interessa, sti ca... 




lunedì 30 ottobre 2017

CHI HA PAURA DELLA FESTA DI HALLOWEEN?

Sarò leggera, sarò svampita, ma io tutta questa polemica contro 'l'invasione' di Halloween non la capisco. Non riesco a capirla.

«Che ci fa una festa straniera qui da noi?» mi suona come l'ossessione in generale per gli stranieri. Mica Halloween è comparso nel nostro Paese clandestinamente, ci sarà stato qualcuno che ha cominciato ad adottarlo perché – bisogna ammetterlo – è molto più divertente del vecchio e sbiadito Carnevale. Vestirsi da strega e da fantasma è obiettivamente meglio che vestirsi da Arlecchino e Pulcinella. E dolcetto o scherzetto se la batte alla grande coi coriandoli. E poi, scusate, ma non eravamo già da un pezzo nell'era globale?


«È solo una festa commerciale», accusano. Ah, beh, sì, perché Natale non lo è? E la festa della mamma (importata dall'estero anche questa, per altro)? Commercialmente Halloween certo che funziona, ha un tema riconoscibile su cui si possono creare gadget, feste, eventi.
 

Quello che mi fa impazzire di più, è sentir dire che dietro ai travestimenti da strega e da vampiro si nascondono davvero le forze del male.
Fatemi capire: quindi se ti travesti da angelo, dentro di te si materializza un cherubino buonissimo e cominci a fare miracoli? Se ti travesti da Arlecchino diventi uno sciocco – però furbo – e non paghi le tasse? E se ti vesti da Pulcinella si materializza dentro di te un mariuolo napoletano? 
Qui non vi seguo. Qui siamo alla superstizione. Mascherarsi è un gioco, punto. Trovo queste argomentazioni indegne di una società evoluta. Ingenue se sincere, paracule se finalizzate a portare tutto sul campo di un integralismo religioso, che forse non ama che si rida e si scherzi sulla paura. Perché... già, è la paura che in fondo ci rende schiavi.
Inoltre, ora che ci penso: da strega, da diavoletto e da vampiro si sono sempre vestiti i bambini anche a Carnevale, senza mai suscitare dibattiti: perché ora è diventato pericoloso?

Esorcizzare demoni e mostri è una pratica antica come il mondo. È ancestrale. È antropologico. Fa parte dei riti e delle feste legate ai cicli della natura, solo che nei secoli le religioni vi hanno sovrapposto le loro ricorrenze. In questo caso, basta andarsi a leggere l'affascinante storia delle origini (irlandesi) di questa festa, che salutava l'inizio del nuovo anno scacciando le paure legate all'inverno e al sonno della terra nella stagione fredda.

Che poi ci sia gente che approfitta di Halloween per delinquere, questo purtroppo fa parte dell'imperfetta natura umana, così ricca di casi di imbecillità: e di questo davvero c'è da avere paura. A me sono gli uomini che spaventano, non i mostri di fantasia. Ci sono gli idioti che ad Halloween bruciano i gatti neri (e io che ho un gatto nero rabbrividisco) e quelli che a Carnevale lanciano arance con le lamette dentro. Come vogliamo definire questa gente? Non diamo la colpa alle feste.

Ah, poi un'altra cosa che mi fa impazzire: "altro che mostri e vampiri, insegniamo ai nostri bambini a onorare i morti". E che problema c'è? Il 31 ottobre dolcetto o scherzetto, il 2 novembre tutti al cimitero.

Leggo molti post anti Halloween che concludono così: «Usa la testa, non la zucca». Io correggerei in questo modo: usa la TUA testa, eventualmente anche la TUA zucca. Del resto 'avere sale in zucca' ha sempre significato 'essere intelligenti'.

Ognuno quindi pensi come vuole e si diverta – o non si diverta – come crede. Lasciando magari liberi gli altri di fare e pensare come vogliono, senza imporre necessariamente le proprie idee. E non mortifichiamo l'ironia: renderebbe il mondo già leggermente migliore.

domenica 24 settembre 2017

SCRIVERE UNO SPETTACOLO PER I BAMBINI. DIECI CONSIGLI PER INIZIARE

Chi fa l'insegnante, l'educatore, l'animatore e lavora quindi con i bambini si sarà trovato, almeno una volta nella vita – ma spesso di più – ad affrontare l'esigenza, o il desiderio, di allestire uno spettacolo, una recita (a Natale per esempio, o a fine anno scolastico). La situazione ottimale è affidarsi a esperti che sappiano guidare i bambini in un percorso teatrale che sia anche formativo. Il teatro è una splendida occasione di crescita e varrebbe proprio la pena sfruttare tutte le sue possibilità. Non sempre però si può disporre di figure esterne specializzate in materia, e quindi non resta che optare per il fai da te. A cominciare dal testo da mettere in scena.

Ecco dieci punti da tenere in considerazione per affrontare la fase della scrittura.

1. Partite da una storia, che abbia un trama riconoscibile, un inizio, uno sviluppo e una fine. Può essere una storia inventata da voi, o già esistente (per esempio potete attingere dalle fiabe o dalle leggende popolari). Una storia ovviamente alla portata dell'età dei vostri bambini.

2. Raccontate la storia ai bambini, osservate le loro reazioni, iniziate a farli partecipare.

3. Chiedete ai bambini di drammatizzare la storia, facendo fare loro i personaggi a rotazione, per vedere che frasi, parole e azioni useranno. E prendete appunti.
 

4. Stesura del copione. Ovviamente il copione non serve per i bambini piccoli, che ancora non leggono: non possono avere dialoghi da imparare a memoria, per loro l'approccio con il teatro sarà diverso, specifico, prevalentemente ludico. Nello scrivere il copione considerate quanti bambini avete e prevedete un numero di personaggi che offra visibilità a tutti. Come? Prendete esempio dai cartoni della Disney: rendete importanti i personaggi che magari in una storia sono minori. Se non ci sono, inventateli. Prendiamo Cappuccetto Rosso: non ha senso far recitare quattro Cappuccetti Rossi e cinque lupi. Fate parlare gli alberi del bosco, i fiori, gli animali. Possono interagire con i protagonisti, fare da narratori, da commentatori. E diventare personaggi molto divertenti e di spicco.
 

5. Non infilate tirate moralistiche e pappardelle didattiche nei dialoghi. Il significato e il messaggio dello spettacolo deve venire fuori dallo spettacolo stesso: altrimenti vuol dire che non è scritto bene.

6. Dovendo prevedere diversi luoghi in cui si svolge la vostra storia, tenete presente, già dalla stesura, che non avrete a disposizione il palco girevole del Sistina, né Dante Ferretti per le scenografie. Se volete una principessa che si affaccia dalla torre in cima alla montagna dovrete essere capaci, in sede di allestimento, di evocarlo con i mezzi che avete. Di solito con una scena neutra e dei praticabili (pedane, piani rialzati ecc.), si può immaginare tutto. È la magia del teatro. Non è però facilissimo pensare una soluzione se non avete l'esperienza sufficiente, quindi semplificate il più possibile i cambi di ambientazione.

7. Vietato mettere nei dialoghi parole tipo “stupido”, “cretino”, eccetera. Mi è capitato di leggere parecchie volte copioni scritti da insegnanti – addirittura da catechisti – con un linguaggio di questo tipo. So bene che nella vita di tutti i giorni si usa e magari fa ridere. Ma no. No, no!

8. Quando finite di scrivere il vostro copione, leggetelo a voce alta. Se ci sono intoppi nelle parole, frasi difficili, lungaggini, espressioni poco naturali, ve ne accorgerete facilmente e potrete fare le dovute correzioni.

9. Prima di iniziare le prove organizzate con i bambini delle letture a tavolino. Questo vi aiuterà a definire le parti da assegnare insieme a loro, testare la scorrevolezza del testo, i ritmi, e la durata. Ricordate che la recita è bella quando dura poco.

10. Se non avete una buona idea per una storia o una preferenza su quella da scegliere, se non avete tempo, o voglia, o pazienza per scrivere un copione fai da te, prendetene uno già scritto. Occhio però, dovrete comunque adattarlo. Buon lavoro!





venerdì 8 settembre 2017

IL TRAMONTO DELLA 'D' EUFONICA

Non mi è mai stata molto simpatica, ma fino a qualche anno fa, bene o male, si riusciva a tollerarla. Nel tempo, per un normale processo di semplificazione della lingua, è andata gradualmente in disuso e ora, tranne alcune occasioni in cui effettivamente ha un suo perché, per quanto mi riguarda  potremmo farle serenamente il funerale.
Mi riferisco alla 'd' eufonica, quella che si lega alla 'a', alla 'e' e alla 'o' quando sono seguite da vocale.

E allora? Qualcuno dirà.
Appunto, dirà «e allora», non «ed allora». Perché farebbe un po' ridere. Perché sarebbe in più.
Anche se la sua derivazione è latina (da et e ad), la 'd' eufonica appare innaturale nel linguaggio parlato (tranne le eccezioni di cui sopra) e di conseguenza in quello scritto.

Da piccoli, a scuola, ci hanno insegnato a usarla sempre: per questo molti non la mollano ancora. È comprensibile, specie se non ci si occupa nello specifico di scrittura.
Però ci sono anche quelli che volutamente abbondano, la ostentano e addirittura la usano a chili in contesti tutt'altro che formali, come mail e post di facebook, pensando di darsi un tono, pensando di sembrare più colti. Beh, è il contrario. Un effetto persino un po' ridicolo, a volte.

Per conferire un minimo di spessore a queste affermazioni, riporto ciò che dice la bibbia in materia di lingua italiana, cioè l'Accademia della Crusca:
«L'uso della 'd' eufonica, secondo le indicazioni del famoso storico della lingua Bruno Migliorini, dovrebbe essere limitato ai casi di incontro della stessa vocale, quindi nei casi in cui la congiunzione e e la preposizione a precedano parole inizianti rispettivamente per e e per a (es. ed ecco, ad andare, ad ascoltare, ecc.)». 

Devo confessare che io in generale la uso ancora nei testi delle canzoni: per legare meglio alcune parole (che già in italiano con la musica non aiutano) e rendere così più fluidi i versi. Ma piano piano mi allenerò ad abbandonarla (nota: ad - a) anche in questo campo.

Per il resto – sempre considerando le dovute eccezioni – forza e coraggio, lasciamola andare al suo destino, senza rimpianti. È già da un po' sul viale del tramonto. Ed è subito sera.

lunedì 13 marzo 2017

LA STELLA CADENTE



Guarda, una stella cadente! Esprimi un desiderio!»
«Vorrei...»
«No, non dirlo. Se lo dici non si avvera più».
I loro sguardi sognanti e imbarazzati si incontrarono. Erano entrambi percorsi da una strana vibrazione. Rimasero immobili per pochi minuti, che sembrarono un'eternità.

«E tu, invece, cosa hai pensato?».
Lei arrossì. Abbassò gli occhi. «Se te lo dico, ho paura che non si avveri il mio».

Si sfiorarono con la spalla, mentre continuavano a fissare il cielo stellato per evitare di guardarsi.
Poi lui fece ruotare dolcemente la testa fino a sfiorare la guancia di lei. La baciò. Si baciarono.

«Chissà dove vanno a finire le stelle cadenti».
«Già, chissà. Comunque il mio desiderio è stato esaudito».
«Anche il mio».

Il meteorite che con la sua scia luminosa aveva attraversato il cielo quella notte, era caduto su una fattoria del Texas, uccidendo un'intera famiglia composta da nonno, nonna, padre, madre e cinque figli, facendo strage di tutti gli animali e compromettendo in maniera irreversibile flora e fauna del terreno circostante per centinaia di miglia.

domenica 5 marzo 2017

CARA SUOR CARMELA. Le lettere di Vivin C.



12 giugno 2016
Cara suor Carmela, le scrivo perché non so a chi rivolgermi per il mio problema. Le parlo così, col cuore in mano e la mano in testa. Sono una ragazza come tante altre, ma più inquieta, anche se provengo da una famiglia come tutte le altre. Mio padre è impiegato in una grande azienda di distribuzione di tappi e turaccioli, e mia madre è un'artista estemporanea folk, cioè dipinge paesaggi su fogli di sughero. Avrà forse capito che vivo in Sardegna. E proprio questo è il mio dramma. D'inverno non faccio fatica a stare in casa con i miei: mi piace guardare il vento che dalle bocche di Bonifacio spazza via le barche e le fa turbinare in aria come magici mulinelli, per poi lanciare tutto intorno i vari componenti, sia delle barche, sia dell'equipaggio. Mi piace vedere la pioggia che allaga allegramente le strade impervie e coglie all'improvviso le auto di passaggio, facendole sbandare pericolosamente e a volte precipitare in nascosti burroni. Mi piace il silenzio della sera sarda, il rumore del pennello che scorre sul foglio di sughero, lo sfrigolare del porceddu sui fornelli. Ma d'estate... oh, d'estate, suor Carmela mia, tutto cambia. Il mio paese si anima di ragazzi belli e abbronzati, che stanno in spiaggia tutto il giorno e dopo cena vanno in discoteca con i loro scooter. E io? Mio padre la sera non mi fa uscire e mia madre mi ha cucito personalmente il costume con dei fogli di sughero. Intero. Come posso fare? Io vorrei essere una ragazza come tutte le altre, col bikini di cotone e lycra! Chiedo forse troppo, suor Carmela? Sono forse un'ingrata? Una spudorata? Tutte le sere prego il Signore affinché si estingua il sughero dalla Sardegna. E me ne vergogno.

Grazie per questo impagabile servizio d'ascolto.
Vivin C. 76

Suor Car
mela risponde
Cara Vivin C., il sughero è un materiale pregiato, ringrazia per questo dono: vedrai che il tuo costume sarà ammirato da tutta la spiaggia.
P.S. Ma 76 è il tuo anno di nascita? 


26 agosto 2016
Cara suor Carmela, si ricorda di me? Sono la ragazza sarda, la figlia di un impiegato nel settore di tappi e turaccioli e di un'artista della pittura su fogli di sughero. Si ricorda del mio odiato costume di sughero? Volevo dirle che io quest'estate ho seguito il suo consiglio. Ma le cose non sono andate proprio come speravo. Per farla breve, è successo questo: dopo un'ora che ero in ammollo nella limpida acqua del nostro bel mare sardo, la parte inferiore del costume (dalla vita in giù, con rispetto parlando) si era completamente disgregata, mentre nella parte superiore, per un qualche misterioso fenomeno fisico, il sughero si era miracolosamente gonfiato a dismisura, causandomi un imbarazzante effetto boa. Finché sono rimasta perfettamente a galla, baciata sul viso dal nostro caldo sole della Sardegna, nessun problema. Purtroppo però, a causa di un'ondata improvvisa, a un certo punto ho subito un totale ribaltamento a testa in giù, che mi ha fatto ritrovare, ahimé, con la testa sott'acqua e le gambe (ma non solo, con rispetto parlando) al di fuori della cristallina superficie. Che momenti, suor Carmela! Pensavo di morire, non solo dalla vergogna, ma anche dalla prolungata apnea. Sarei voluta sprofondare negli abissi... ma cosa vuole, con tutto quel galleggiante di sughero, era impossibile. Per un triste scherzo del destino, in quel momento la ridente spiaggia (nel senso che tutti ridevano come matti) era densamente popolata da ragazze e ragazzi abbronzati, provenienti da varie parti d'Italia, e addirittura anche dall'estero. Anche il bagnino, quando finalmente mi ha recuperato e riportato alla posizione originaria, rideva di gusto. Mi deve credere, suor Carmela, è stato terribile. Quella stessa sera, coricata sul mio letto, mentre guardavo il soffitto tappezzato di pregiato sughero, ho avuto i soliti cattivi pensieri. Ho desiderato che tutta la Sardegna sprofondasse insieme ai tutti i suoi benedetti alberi di sughero. Capisce, Suor Carmela, in che stato sono? Ora la devo lasciare, perché ha citofonato il mio ragazzo. Gli amici lo chiamano "il tappo". Ah, no, qui il sughero grazie al cielo non c'entra: è alto un metro e trenta!

Aspetto una sua preziosissima e utilissima parola di conforto.
Vivin C. 76 

Suor Carmela risponde
Cara, non mi hai ancora specificato se 76 è il tuo anno di nascita.

mercoledì 1 marzo 2017

IL CERVELLO È MIO E LO GESTISCO IO




Una figura di cacca può cambiarti la vita


Tanti anni fa (tanti, avrò avuto vent'anni o poco più) ero una ragazza molto diversa da come sono ora. Avevo persino una guida spirituale (cioè un sacerdote di riferimento, invece della psicologa). E a questo proposito c'è un episodio apparentemente banale, che ha rappresentato un punto di svolta nella mia vita. 

Quando uscì nelle sale Nove settimane e mezzo, la guida spirituale convinse tutto il suo fan club (compresa me) che fosse un film altamente pericoloso, sconveniente per tutta una serie di motivi che ora nemmeno mi ricordo, e che per questa ragione non andava nemmeno visto.
In quei giorni (citazione evangelica involontaria), mi trovai a casa di un amico del laboratorio teatrale che allora frequentavo, per un lavoro da fare insieme. Ora, com'è come non è, si finì a parlare del famigerato Nove settimane e mezzo, e mentre lui ne parlava (e l'aveva visto), io gli davo contro con veemenza, ripetendo a pappagallo le motivazioni che avevo assunto come mie. «Perché prima di parlare non lo vai a vedere?», mi disse giustamente il mio amico. «Perché non va proprio visto». Punto. Categorica. Convinta.

Bene. Un bel po' di tempo dopo, com'è come non è, non me lo ricordo, passate le polemiche della prima ora, mi capitò un invito a vedere questo benedetto film e, ormai un po' sbiaditi i discorsi sui divieti vari, anche se titubante, ci andai. Beh. Nove settimane e mezzo, una grandissima cazzata, niente di che, niente di pericoloso, nessun minimo motivo di turbamento. Esattamente come diceva il mio amico del laboratorio, ed esattamente il contrario di quello che diceva la guida spirituale. Che poteva avere anche le sue ragioni: ma non erano certamente le mie!

Ecco, non mi ricordo davvero più i termini della questione, ma mi ricordo in modo preciso come mi sono sentita appena uscita dal cinema: un'idiota, una stupida, una povera deficiente. Io non pensavo affatto quello che avevo detto, sostenuto e sottoscritto. Io ero perfettamente in grado di elaborare un giudizio autonomo in base alla mia formazione culturale, alla mia sensibilità, alle mie idee. Non avevo bisogno di fare il ripetitore dei giudizi altrui. Avrei voluto citofonare al mio amico e dirgli: «Oh, cavolo, avevi ragione, sono stata una stupida, vorrei mettere la testa dentro un sacchetto di carta, dovevo vederlo prima di parlare, non era affatto il mio pensiero. Frustami!» Ma nel frattempo lui aveva cambiato casa, e chissà se si ricorda ancora di me, la ragazza decerebrata.

Questa figura di cacca è stata fondamentale. Da allora la mia linea esistenziale è: mai più prestare la voce ai pensieri altrui, che siano guide spirituali, leader politici, amici intelligenti, professori, gruppi o idoli di varia natura. Mai. Essere d'accordo con, non essere d'accordo con, questo sì... ma mai rinunciare all'autonomia del pensiero. Mai abdicare al cervello. Sempre verificare, controllare, informarsi di persona. Ci sono tante altre cose per cui sentirsi stupidi. Per tutto il resto... c'è la psicologa.