Una sola è la strada per la felicità, dice il saggio.
Oddio, forse dovevo svoltare prima.

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martedì 9 giugno 2020

Fiorenza detta Fiore



Ho scritto questo racconto per un piccolo concorso abbinato al libro di Manuela Salvi "Covid-19 storie dalla zona rossa" (che vi consiglio di leggere, specie se come me avete passato i mesi del lockdown a stupirvi, a pensare, a osservare i vostri e gli altrui comportamenti). Sono arrivata seconda e quindi questo racconto non è stato inserito nel libro, ma sono contenta di averlo scritto perché rimarrà tra le mie riflessioni produttive su questo strano momento storico. E poi – tanto per non smentirmi – sono riuscita a fare ironia pure su un momento decisamente critico.


FIORENZA DETTA FIORE

Un raggio di luce, oltrepassando la tenda leggera, la colpì sul viso.
Aprì gli occhi e si alzò dal letto.
Come come ogni mattina, prima di fare colazione, srotolò il suo tappetino ed eseguì tutta la sequenza delle posizioni yoga per il saluto al sole, abbinando a ogni postura la giusta respirazione.
Fiorenza detta Fiore tutto sommato se la stava cavando bene. L'isolamento imposto dal governo a causa della pandemia di covid-19 aveva messo in crisi milioni di persone: lavoratori impossibilitati a lavorare, professionisti impossibilitati a esercitare la loro professione, amanti impossibilitati ad amarsi. Tutti a casa, divieto di uscire.

Lei era fortunata. Disponeva di una piccola rendita economica, eredità dei genitori, che le permetteva di vivere dignitosamente senza lavorare. Aveva un piccolo giardino al piano terra nella palazzina in cui abitava, dove coltivava da anni un orto che le regalava un po' di frutta e verdura. Aveva persino una gallina ovaiola di nome Kunda. E soprattutto, aveva la sua pace interiore: vita semplice, meditazione e cibo sano a chilometro zero.
Non sentiva il bisogno di niente e di nessuno. Le amiche l'avevano sempre presa in giro per la gallina e le manie di autoproduzione, ma quello era il momento della sua rivincita. A differenza degli altri, lei era autosufficiente.

«Beata te, non ti serve niente», le disse un giorno sua cugina Teresa al telefono. «Ma come fai per il parrucchiere?».
Chissà che immaginava Teresa! Era chiaro che non la vedeva da anni. Fiore dal parrucchiere non ci andava quasi mai. Tingeva i capelli con l'henné, se ne prendeva cura con impacchi di olio d'oliva e quando era il momento di spuntare, forbici, specchio e zac! Operava da sola. Non era certo il tipo che si faceva notare per i capelli a posto, ma non le importava: una bella fascia colorata in testa e via, anche i capelli bianchi della ricrescita restavano nascosti. Probabilmente l'espediente non avrebbe funzionato se avesse avuto un fidanzato, un compagno, qualcuno. Ma non ce l'aveva, problema risolto.
Quella fu l'ultima telefonata con Teresa. Bloccò il suo numero e, considerando che aveva già bloccato le due uniche amiche e qualche altra persona, finalmente poteva ritenersi libera da tanti potenziali scocciatori.

Saluto al sole, meditazione, musica rilassante. I giorni nelle prime sei settimane passarono velocemente.
Ogni pomeriggio Fiore accendeva la tivù per ascoltare il bollettino della Protezione Civile. I numeri dei contagiati, dei ricoverati, dei morti. Niente di rassicurante.
Dopo un mese circa dall'inizio dell'emergenza, i numeri non accennavano a diminuire, anzi, aumentavano paurosamente. Decise di non sentire più i bollettini.

Per fortuna lei era una persona positiva e ringraziava l'universo per il suo karma e per quel procedere sereno e armonioso. Passava il tempo a curare le piante, a produrre cosmetici fatti in casa, a leggere articoli su varie teorie complottiste: era colpa del 5G, era un virus creato in laboratorio, era una guerra voluta da questo per annientare quello, era una montatura per tenerci tutti sotto controllo. Preferiva credere a certe notizie inventate da chissà chi, piuttosto che alla cruda realtà dei comunicati ufficiali.
Quando sentiva parlare di ricerche per creare un vaccino, scuoteva la testa. “Non mi avranno”, pensava. Chissà che merda volevano iniettarle in corpo.
Decise di non leggere più le notizie in rete per non turbare il suo equilibrio.

A metà maggio cominciarono i problemi. Erano finiti il dentifricio, lo shampoo e il riso. Avrebbe potuto fare la spesa al supermercato vicino casa: bastava indossare una mascherina sul viso e un paio di guanti di lattice e mettersi in fila a distanza di almeno un metro dagli altri.

Si vestì. Indossò la mascherina di tessuto cucita a mano da lei stessa e aprì la porta di casa. Sperava di non incontrare gli altri condomini, quei pensionati che ogni tanto si affacciavano e la salutavano, ma sotto sotto di sicuro la invidiavano. A volte dalla finestra c'era chi le chiedeva: «Signora, come va?» e lei rispondeva un «bene» a mezza bocca, infastidita, perché non c'è niente di peggio dell'invidia altrui.
Ci ripensò e chiuse la porta. Non aveva voglia di uscire e nemmeno di mettersi in fila. Non temeva tanto il virus – che poteva essere, a quanto ne sapeva, tutta una montatura – ma la negatività della gente, che avrebbe potuto intaccare la sua aura.
Cercò informazioni in rete e con il bicarbonato, il limone e la salvia realizzò un dentifricio fai da te. Per lo shampoo se la cavò miscelando farina di ceci e aceto di mele. Non era proprio come uno shampoo vero, ma in quella situazione era sufficiente.
Per il riso nulla da fare, a meno di non convertirsi alla spesa on line. Decise di farne a meno.

A fine giugno le sue scorte alimentari erano quasi al lumicino, ma per fortuna il suo orto le regalò molta verdura e frutta di stagione.
Kunda non aveva problemi di approvvigionamento, mangiava cicoria, trifoglio, timo e qualche lombrico. Malgrado questo, non sembrava molto in forma, la produzione di uova cominciò a calare. “Saranno i vicini. Mi hanno fatto il malocchio”, pensò Fiore, anche se ultimamente non si affacciavano nemmeno più. Forse avevano finalmente capito che lei non aveva voglia di avere a che fare con loro.

A metà luglio cominciò a saltare la corrente elettrica. Prima andava e veniva, poi più niente. Fiore non riuscì più ad accendere la luce, a caricare il telefonino, a usare il computer. Non funzionava nemmeno il frigo. Una situazione decisamente critica: ma lei era in grado di fronteggiare anche questa, grazie alla sua capacità di porsi in armonia con la natura.
Si adattò quindi a una vita più spartana. Andava a dormire col buio e si alzava con la luce.

Dopo il consueto saluto al sole, una mattina trovò Kunda morta, con il corpicino dilaniato, le piume sparse ovunque, come se fosse stata sbranata. Fiore rimase inorridita a guardarla per un po'. Forse un cane di chissà chi, sfuggito al controllo? Ma come era entrato nella sua proprietà? Cercò di controllare il dolore e la rabbia e seppellì la povera gallina accanto al nespolo e vicino alla buca dove sotterrava i pochi rifiuti che produceva.

Passarono i giorni caldi, le giornate cominciarono ad accorciarsi. Ebbe una fastidiosa orticaria, ma curò il prurito con l'aloe del suo giardino. Prima di andare a letto, una sera, si guardò attentamente allo specchio. Appariva invecchiata, imbruttita. I capelli, mezzi grigi e rinsecchiti, erano inguardabili. Aveva bisogno di riso, olio, pasta, farina, proteine, sapone di Marsiglia, crema idratante. E aveva bisogno del dentista per quel mal di denti che la tormentava.

Passò una nottata quasi insonne. Il mattino dopo, eseguì come sempre tutte le posizioni del saluto al sole e dopo una lunga meditazione, si fece coraggio. Raccolse i capelli indeboliti e imbiancati in uno dei suoi coloratissimi foulard a fantasia indiana, indossò i jeans, che ora le stavano larghi, e una maglietta viola. Prese il suo zaino di tela intessuta a mano e si truccò gli occhi con i pochi cosmetici di cui ancora disponeva. Si guardò allo specchio: non era il massimo, ma si sentiva pronta a varcare la soglia. Mise la mascherina sul viso e uscì.
Con sua grande sorpresa, fuori non c'era nessuno. Né gente in fila per la spesa, né polizia. Niente, nessuno. L'erba era cresciuta dappertutto e la strada di periferia sembrava quella di un paesino abbandonato in mezzo alla campagna. Il frinire ossessivo delle cicale era l'unico suono che rompeva un inquietante silenzio, oltre a qualche verso lontano di animali non identificati, tipo giungla. Lo zoo comunale in effetti non era molto lontano da lì.

Svoltò l'angolo, pensando di trovarsi di fronte al solito paesaggio caotico della sua città.
Si fermò. Sulle strade dove una volta sfrecciavano veicoli, c'erano gruppi di cani, volpi e forse qualche iena, che correvano in tutte le direzioni. Nella piazza alla sua destra, un elefante e una giraffa passeggiavano come se niente fosse e alcuni fenicotteri rosa atterrarono nei pressi della fontana centrale. Girò velocemente lo sguardo in tutte le direzioni: la vegetazione sembrava esplodere dalle fessure dei marciapiedi, dentro i negozi vuoti, sui tetti e sulle facciate dei palazzi. Un babbuino si avvicinò, urlando minaccioso, e in pochi secondi Fiorenza detta Fiore fu circondata da decine di altri babbuini dall'aria poco rassicurante.
Il suo cuore cominciò a battere forte di paura.
Guardò in alto. Un magnifico sole splendeva nel cielo, un cielo di un azzurro mai visto. Qualcosa volava sopra di lei disegnando dei grandi cerchi. Sembrava un avvoltoio. Un'allucinazione?
Chiuse gli occhi. E poi li aprì.

(Daniela Cologgi, aprile 2020)





Del racconto ne parlo in questo video su fb e alla fine lo leggo anche tutto (per stomaci forti).


venerdì 24 febbraio 2017

TAPPATI LE ORECCHIE ZOLTAN

Sono qui da due ore, o forse più, con la cuffia pressata sulle orecchie che mi stanno ribollendo. Sposto tracce e organizzo tracklist per l'ennesima compilation. Ormai si fanno poche nuove registrazioni, si va avanti a compilation, c'è la crisi. Il riciclo intelligente, per darci un tono lo chiamiamo così.
Okay, non divaghiamo.
Sono qui con la cuffia, piazzata davanti al computer. Un po' alienata, forse, perché è un tipo di repertorio che ti spappola i neuroni, ti entra in circolo e ti si ripropone nel cervello quando meno te l'aspetti, tipo la notte quando ti metti a letto.

A un certo punto skype mi avvisa che è partita una chat. Cerco subito di capire chi tra i miei contatti mi sta scrivendo. È un certo Zoltan. Chi? Ma io non conosco questo Zoltan. Qualcuno dei miei contatti s'è cambiato il nome skype?
«Toc toc. Buongiorno, possiamo noi parlare due minuti?».

Ah, ok, capito. È Yoda di Guerre Stellari.
«Con chi ho il piacere di chattare?», scrivo velocemente, con quella punta di acidità femminile che mi viene su quando sento che sto per essere presa in giro.
«Molti anni fa ci siamo noi conosciuti. Tu eri giovane studentessa e io... una memoria ero già. Un sapere tramandato. Un sistema pedagogico musicale».
Alt. Un sistema pedagogico musicale?
«Zoltan come?», chiedo ancora.
«Zoltan Kodàly».
 

Andiamo bene. Sono lucida? Sono stanca? Una volta i musicisti morti ti si manifestavano in sogno. Oppure durante le sedute spiritiche. Adesso comunicano via chat, non c'è più mistero, non c'è più quell'esoterismo inquietante di una volta.
Prendo un minuto per elaborare una risposta all'altezza della mia sagacia e del mio livello culturale: «Ha un numero che possa giocarmi al lotto?».

Mi sa che l'ho spiazzato, non scrive più. Avrà capito la fine ironia? E adesso?
Nulla.
Rimetto la cuffia, pronta a riprendere il mio lavoro di compilatrice di compilation.
«Sembra che tutto tu abbia dimenticato». Dopo cinque minuti mi arriva questa chat, sempre da lui. 

No, non ho dimenticato. Mi ricordo ancora le lezioni sul sistema elaborato da Kodàly per l'educazione musicale dei bambini. Un metodo che non è un metodo per educare semplicemente alla musica, ma con la musica. Induttivo e non deduttivo. Con la musica che parla al cuore e diventa un elemento fondamentale per la formazione globale. Con un repertorio che ha le sue radici nella musica popolare.

«Quando si inizia a insegnare musica ai bambini, a che età, a che età?», continua.
«Nove mesi prima di nascere», rispondo nel tempo di un nanosecondo. Meno male, questa la so!
Insomma, Zoltan Kodàly è venuto a sgridarmi perché sa benissimo che sto compilando compilation che non c'entrano niente con tutto questo. Sta' a vedere che si è rivoltato nella tomba per colpa mia. «La musica popolare non si vende, amico mio. E non mi faccia la predica sul capitalismo e sulla decadenza culturale, la penso come lei».

È palese: mi sento in colpa. Perché è vero che fa parte del mio lavoro occuparmi di musica per bambini per una casa discografica e che devo occuparmi di prodotti che possibilmente vendano. Ma anch'io scrivo cose per bambini e lui forse lo sa. Forse lassù se ne parla.
«Invece di ispirarti ai miei bicinia hungarica ti ispiri ai puffi di Cristina D'Avena».
Lo sa. E lassù si parla anche di Cristina D'Avena.
«Magari – ribatto – sai i soldi che facevo».
«Sì però...» e manda l'emoticon con la faccetta terrorizzata.
«Comunque non m'ispiro affatto a Cristina D'Avena».

Toc toc. Ora non è una chat: qualcuno bussa alla porta del mio ufficio.
«Avanti!».
La porta si apre di scatto. Si apre e compare una donna bassina: Cristina D'Avena.
È tutta strizzata in un top di pelle nero con una gonna svasata di tulle nero e raso. Si siede davanti a me e mi guarda: «Non ho capito perché questo tono da snob. Sai quanti dischi ho venduto io, bella? E sai che ancora mi chiamano ai concerti? E ho un sacco di fan? E tu?».
No, io no, signora Cristina D'Avena, non mi conosce nessuno. Credo forse di avere un certo numero di ammiratrici tra le maestre d'asilo.
«Ah ah ah ah ah» ride sguaiatamente battendo i pugni sulla scrivania.
«Non intendevo sminuirla dicendo che non m'ispiro a lei. È che m'ispiro a una musica più commerciale degli ultimi tempi».
«Tipo?» fa lei con aria di sfida.
«Tipo... tipo... – oh, non mi viene in mente niente – tipo i Righeira». Ma ho buttato una cosa lì, che non c'entra niente.
«Ah ah ah, alla faccia degli ultimi tempi!». Lei continua a sbeffeggiarmi.

Toc toc. Chi è che bussa, adesso? «Avanti!».
È Johnson Righeira. Entra con i suoi occhiali da sole e va subito a sedersi davanti a Cristina D'Avena. Si rivolge direttamente a lei, praticamente ignorandomi.
«Scusa Cris, qual è il problema?».
«Nessun problema John», dice lei continuando a ridere.
Guardo l'orario sul computer.
«Signori miei – dico – è stato veramente un piacere conoscervi, ma tra pochi minuti scatta la mia pausa pranzo e non vorrei rimanere bloccata qui».

Nel frattempo sul display mi compare di nuovo una chat di Zoltan Kodàly: «Se ancora tra voi io mi trovo, in questo mondo senza pace per la mia anima, è perché alla mia domanda nessuno risposto ha, finora: quale musica migliore per i bambini è?».
Dico io, ma è una domanda da fare proprio a ridosso della mia pausa pranzo?

Toc toc. Ancora? Chi è adesso? «Avanti!», grido. La porta si apre lentamente, molto lentamente. Si affaccia un uomo e, che mi venga un colpo: è Franco Battiato. «Buongiorno maestro, qual buon vento? A cosa dobbiamo questa sua gradita visita?» dico, non sapendo cos'altro dire. Lui, silenzio. Abbassa la testa, un po' infastidito. Poi la alza e guarda verso il soffitto: «Perché sei un essere speciale... ed io...». Si ferma.
«Avrò cura di te!» mi affretto ad aggiungere.
«La sapevo anch'io, figurati», fa la Cris. Il maestro gira i tacchi e se ne va, sbattendo la porta dietro di sé.
«Comunque stava parlando per me», riprende Cristina D'Avena.
«Sì, vabè», ribatte Johnson Righeira.

I minuti passano inesorabili e io comincio a perdere la pazienza. Leggo a voce alta la domanda di Zoltan: «Quale musica migliore per i bambini è?» I miei due ospiti inattesi si guardano tra loro. Poi mi guardano. Io guardo il computer, poi Cristina e poi Johnson. Poi guardo tutti e due. E loro mi guardano ancora.
«Secondo me, è la musica che loro amano, quella che a loro piace». Mi è uscita così, non so nemmeno io da quale angolo del cervello sia partita.
Cristina D'Avena dice: «Ok». Poi si alza e se ne va, seguita da Johnson Righeira.
Guardo il computer: «Ok» scrive Zoltan, e la chat si chiude.
È esattamente l'una, in tempo per la mia pausa pranzo.

Ok, fino alle due non ci sono per nessuno.

domenica 19 febbraio 2017

MALEDETTA MEMORIA CHE VA E VIENE

Avvitò la caffettiera, accese il fornello, mise la caffettiera sul fuoco.
La sera prima aveva mandato giù un flacone e mezzo di valium. Voleva morire, voleva farla finita. In un modo o nell’altro. Ma aveva mangiato la peperonata, e – diamine, avrebbe dovuto pensarci! - i peperoni lui non li digeriva proprio. Ogni volta se lo dimenticava. Maledetta memoria che va e viene.

Aveva vomitato tutto, compreso il valium appena ingurgitato.
Tentativo fallito, quindi. Ma non si dava per vinto, no. Ci avrebbe riprovato.
Il caffè fece appena in tempo a venire su, che la fiamma si spense all’improvviso. Maledetto vento! L’imposta sbatté violentemente: soffiava forte, quella mattina, anche se tutto sommato era una bella giornata di sole. Chiuse la finestra della cucina e in casa tornò la calma.

Versò il caffè nella tazzina, andò in camera da letto trascinando le ciabatte, sorseggiò il caffè lentamente, con gli occhi chiusi. Poi si alzò e andò nel ripostiglio a cercare una corda.
Prese la più grossa che c’era. Se la girò intorno al collo. Ci mise un po’ a fare un nodo decente: mica era un pescatore, lui. Dall’appartamento dei vicini si sentivano le voci allegre dei bambini che scherzavano con il loro cane.

La ragazza del piano di sopra invece aveva già iniziato gli esercizi di pianoforte. Un notturno di Chopin. Alle nove di domenica mattina: ma si può? E comunque tutti in quel palazzo sembravano felici, dannatamente felici. Famiglie, coppie, amici… animali… Lui no. Lui era solo. Maledettamente solo.

Cercò un appiglio per la corda. Niente, in quella casa non c’era neanche un tubo da qualche parte adatto per impiccarsi. O forse non voleva trovarlo. Ma sì, forse aveva ragione il suo analista, non voleva uccidersi veramente. Il suo era solo un gioco che si ripeteva ogni stramaledetta domenica.
In uno scatto d’orgoglio pensò di tagliarsi le vene. In bagno cercò invano una lametta pulita: solo rasoi usa e getta, troppo complicato. Eppure gli sembrava di averle comprate, le lamette. Dove diavolo le aveva messe? Maledetta memoria che va e viene!

Va bene, va bene, d’accordo, non era giornata… e poi ormai stava per passare da lui la signora delle pulizie. Non voleva incontrarla, neanche scambiare una parola con lei, parlava troppo, quella donna, gli faceva venire il nervoso quando cominciava a raccontare della sua famiglia e dei suoi tre bambini.
Cominciava a sentirsi strano, gli girava un po’ la testa, aveva bisogno di prendere aria. Si vestì in fretta, senza lavarsi. Indossò il cappotto pesante, il cappello beige, la sciarpa scozzese. Chiuse la porta di casa, prese l’ascensore e uscì dal palazzo. Da quello stramaledetto palazzo di stramaledetta gente felice.
 
Sì, era proprio una bella giornata di sole e di vento. Attraversò la strada e si diresse verso i giardinetti. Del resto, era lì che dovevano andare a passare la mattinata gli anziani, no? Comprò il giornale, poi voltò l’angolo e individuò una panchina libera. Si sedette, inforcò gli occhiali. Cominciò a leggere la prima pagina.

Improvvisamente un boato assordante squarciò l’aria. Tremò la terra. Tutti lì intorno gridarono e si buttarono giù storditi, spaventati.
Alzò gli occhi verso il punto da cui sembrava fosse arrivato quel tuono terrificante. Una nuvola di fumo grigio e denso si delineò all’orizzonte, sporcando completamente il cielo prima così terso di quella domenica mattina di vento e di sole.
Non era lontano, era successo qualcosa lì vicino, un’esplosione a pochi isolati di distanza. Più o meno in direzione di casa sua.
Si tolse gli occhiali. Cercò di concentrarsi con calma.
Il vento trasportava odore di bruciato e di polvere. Intanto per le strade cominciava a piovere il pietoso e frenetico circo delle sirene di ambulanze, macchine della polizia, vigili del fuoco.
Si rimise gli occhiali. Aprì il giornale sulla pagina centrale. Lo richiuse. Cercò ancora di fare mente locale, tentando di ripercorrere attentamente tutte sue le azioni precedenti. Pensò: ma… l’avrò chiuso il gas, prima di uscire?
Maledetta memoria che va e viene.