Una sola è la strada per la felicità, dice il saggio.
Oddio, forse dovevo svoltare prima.

Visualizzazione post con etichetta Daniela Cologgi blog. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Daniela Cologgi blog. Mostra tutti i post

martedì 9 giugno 2020

Fiorenza detta Fiore



Ho scritto questo racconto per un piccolo concorso abbinato al libro di Manuela Salvi "Covid-19 storie dalla zona rossa" (che vi consiglio di leggere, specie se come me avete passato i mesi del lockdown a stupirvi, a pensare, a osservare i vostri e gli altrui comportamenti). Sono arrivata seconda e quindi questo racconto non è stato inserito nel libro, ma sono contenta di averlo scritto perché rimarrà tra le mie riflessioni produttive su questo strano momento storico. E poi – tanto per non smentirmi – sono riuscita a fare ironia pure su un momento decisamente critico.


FIORENZA DETTA FIORE

Un raggio di luce, oltrepassando la tenda leggera, la colpì sul viso.
Aprì gli occhi e si alzò dal letto.
Come come ogni mattina, prima di fare colazione, srotolò il suo tappetino ed eseguì tutta la sequenza delle posizioni yoga per il saluto al sole, abbinando a ogni postura la giusta respirazione.
Fiorenza detta Fiore tutto sommato se la stava cavando bene. L'isolamento imposto dal governo a causa della pandemia di covid-19 aveva messo in crisi milioni di persone: lavoratori impossibilitati a lavorare, professionisti impossibilitati a esercitare la loro professione, amanti impossibilitati ad amarsi. Tutti a casa, divieto di uscire.

Lei era fortunata. Disponeva di una piccola rendita economica, eredità dei genitori, che le permetteva di vivere dignitosamente senza lavorare. Aveva un piccolo giardino al piano terra nella palazzina in cui abitava, dove coltivava da anni un orto che le regalava un po' di frutta e verdura. Aveva persino una gallina ovaiola di nome Kunda. E soprattutto, aveva la sua pace interiore: vita semplice, meditazione e cibo sano a chilometro zero.
Non sentiva il bisogno di niente e di nessuno. Le amiche l'avevano sempre presa in giro per la gallina e le manie di autoproduzione, ma quello era il momento della sua rivincita. A differenza degli altri, lei era autosufficiente.

«Beata te, non ti serve niente», le disse un giorno sua cugina Teresa al telefono. «Ma come fai per il parrucchiere?».
Chissà che immaginava Teresa! Era chiaro che non la vedeva da anni. Fiore dal parrucchiere non ci andava quasi mai. Tingeva i capelli con l'henné, se ne prendeva cura con impacchi di olio d'oliva e quando era il momento di spuntare, forbici, specchio e zac! Operava da sola. Non era certo il tipo che si faceva notare per i capelli a posto, ma non le importava: una bella fascia colorata in testa e via, anche i capelli bianchi della ricrescita restavano nascosti. Probabilmente l'espediente non avrebbe funzionato se avesse avuto un fidanzato, un compagno, qualcuno. Ma non ce l'aveva, problema risolto.
Quella fu l'ultima telefonata con Teresa. Bloccò il suo numero e, considerando che aveva già bloccato le due uniche amiche e qualche altra persona, finalmente poteva ritenersi libera da tanti potenziali scocciatori.

Saluto al sole, meditazione, musica rilassante. I giorni nelle prime sei settimane passarono velocemente.
Ogni pomeriggio Fiore accendeva la tivù per ascoltare il bollettino della Protezione Civile. I numeri dei contagiati, dei ricoverati, dei morti. Niente di rassicurante.
Dopo un mese circa dall'inizio dell'emergenza, i numeri non accennavano a diminuire, anzi, aumentavano paurosamente. Decise di non sentire più i bollettini.

Per fortuna lei era una persona positiva e ringraziava l'universo per il suo karma e per quel procedere sereno e armonioso. Passava il tempo a curare le piante, a produrre cosmetici fatti in casa, a leggere articoli su varie teorie complottiste: era colpa del 5G, era un virus creato in laboratorio, era una guerra voluta da questo per annientare quello, era una montatura per tenerci tutti sotto controllo. Preferiva credere a certe notizie inventate da chissà chi, piuttosto che alla cruda realtà dei comunicati ufficiali.
Quando sentiva parlare di ricerche per creare un vaccino, scuoteva la testa. “Non mi avranno”, pensava. Chissà che merda volevano iniettarle in corpo.
Decise di non leggere più le notizie in rete per non turbare il suo equilibrio.

A metà maggio cominciarono i problemi. Erano finiti il dentifricio, lo shampoo e il riso. Avrebbe potuto fare la spesa al supermercato vicino casa: bastava indossare una mascherina sul viso e un paio di guanti di lattice e mettersi in fila a distanza di almeno un metro dagli altri.

Si vestì. Indossò la mascherina di tessuto cucita a mano da lei stessa e aprì la porta di casa. Sperava di non incontrare gli altri condomini, quei pensionati che ogni tanto si affacciavano e la salutavano, ma sotto sotto di sicuro la invidiavano. A volte dalla finestra c'era chi le chiedeva: «Signora, come va?» e lei rispondeva un «bene» a mezza bocca, infastidita, perché non c'è niente di peggio dell'invidia altrui.
Ci ripensò e chiuse la porta. Non aveva voglia di uscire e nemmeno di mettersi in fila. Non temeva tanto il virus – che poteva essere, a quanto ne sapeva, tutta una montatura – ma la negatività della gente, che avrebbe potuto intaccare la sua aura.
Cercò informazioni in rete e con il bicarbonato, il limone e la salvia realizzò un dentifricio fai da te. Per lo shampoo se la cavò miscelando farina di ceci e aceto di mele. Non era proprio come uno shampoo vero, ma in quella situazione era sufficiente.
Per il riso nulla da fare, a meno di non convertirsi alla spesa on line. Decise di farne a meno.

A fine giugno le sue scorte alimentari erano quasi al lumicino, ma per fortuna il suo orto le regalò molta verdura e frutta di stagione.
Kunda non aveva problemi di approvvigionamento, mangiava cicoria, trifoglio, timo e qualche lombrico. Malgrado questo, non sembrava molto in forma, la produzione di uova cominciò a calare. “Saranno i vicini. Mi hanno fatto il malocchio”, pensò Fiore, anche se ultimamente non si affacciavano nemmeno più. Forse avevano finalmente capito che lei non aveva voglia di avere a che fare con loro.

A metà luglio cominciò a saltare la corrente elettrica. Prima andava e veniva, poi più niente. Fiore non riuscì più ad accendere la luce, a caricare il telefonino, a usare il computer. Non funzionava nemmeno il frigo. Una situazione decisamente critica: ma lei era in grado di fronteggiare anche questa, grazie alla sua capacità di porsi in armonia con la natura.
Si adattò quindi a una vita più spartana. Andava a dormire col buio e si alzava con la luce.

Dopo il consueto saluto al sole, una mattina trovò Kunda morta, con il corpicino dilaniato, le piume sparse ovunque, come se fosse stata sbranata. Fiore rimase inorridita a guardarla per un po'. Forse un cane di chissà chi, sfuggito al controllo? Ma come era entrato nella sua proprietà? Cercò di controllare il dolore e la rabbia e seppellì la povera gallina accanto al nespolo e vicino alla buca dove sotterrava i pochi rifiuti che produceva.

Passarono i giorni caldi, le giornate cominciarono ad accorciarsi. Ebbe una fastidiosa orticaria, ma curò il prurito con l'aloe del suo giardino. Prima di andare a letto, una sera, si guardò attentamente allo specchio. Appariva invecchiata, imbruttita. I capelli, mezzi grigi e rinsecchiti, erano inguardabili. Aveva bisogno di riso, olio, pasta, farina, proteine, sapone di Marsiglia, crema idratante. E aveva bisogno del dentista per quel mal di denti che la tormentava.

Passò una nottata quasi insonne. Il mattino dopo, eseguì come sempre tutte le posizioni del saluto al sole e dopo una lunga meditazione, si fece coraggio. Raccolse i capelli indeboliti e imbiancati in uno dei suoi coloratissimi foulard a fantasia indiana, indossò i jeans, che ora le stavano larghi, e una maglietta viola. Prese il suo zaino di tela intessuta a mano e si truccò gli occhi con i pochi cosmetici di cui ancora disponeva. Si guardò allo specchio: non era il massimo, ma si sentiva pronta a varcare la soglia. Mise la mascherina sul viso e uscì.
Con sua grande sorpresa, fuori non c'era nessuno. Né gente in fila per la spesa, né polizia. Niente, nessuno. L'erba era cresciuta dappertutto e la strada di periferia sembrava quella di un paesino abbandonato in mezzo alla campagna. Il frinire ossessivo delle cicale era l'unico suono che rompeva un inquietante silenzio, oltre a qualche verso lontano di animali non identificati, tipo giungla. Lo zoo comunale in effetti non era molto lontano da lì.

Svoltò l'angolo, pensando di trovarsi di fronte al solito paesaggio caotico della sua città.
Si fermò. Sulle strade dove una volta sfrecciavano veicoli, c'erano gruppi di cani, volpi e forse qualche iena, che correvano in tutte le direzioni. Nella piazza alla sua destra, un elefante e una giraffa passeggiavano come se niente fosse e alcuni fenicotteri rosa atterrarono nei pressi della fontana centrale. Girò velocemente lo sguardo in tutte le direzioni: la vegetazione sembrava esplodere dalle fessure dei marciapiedi, dentro i negozi vuoti, sui tetti e sulle facciate dei palazzi. Un babbuino si avvicinò, urlando minaccioso, e in pochi secondi Fiorenza detta Fiore fu circondata da decine di altri babbuini dall'aria poco rassicurante.
Il suo cuore cominciò a battere forte di paura.
Guardò in alto. Un magnifico sole splendeva nel cielo, un cielo di un azzurro mai visto. Qualcosa volava sopra di lei disegnando dei grandi cerchi. Sembrava un avvoltoio. Un'allucinazione?
Chiuse gli occhi. E poi li aprì.

(Daniela Cologgi, aprile 2020)





Del racconto ne parlo in questo video su fb e alla fine lo leggo anche tutto (per stomaci forti).


lunedì 8 giugno 2020

Occhiaie


Ho le occhiaie che arrivano a tre metri sotto il cielo.
«Perché ti sei svegliata troppo tardi».

Ho le occhiaie color tortora scuro con venature viola.
«Ti sei svegliata troppo presto».

Le mie occhiaie sono quasi nere.
«Sei stanca».

Ho appena fatto una settimana di ferie in relax.
«Cattiva alimentazione».

Sono vegetariana quasi vegana, sto attentissima a mangiare, bilancio proteine, carboidrati, zuccheri, vitamine, sali minerali...
«Sei disidratata. Bevi acqua?».

Bevo due litri d'acqua al giorno.
«Allora è lo stress».

Faccio massaggi shiatzu e training autogeno.
«Problemi di fegato?»

No, ho fatto di recente tutti i controlli, il fegato sta bene.
«Bevi? Fumi?»

No.
«Quindi sei triste».

No! Faccio tante altre cose.
«Potrebbe essere una dermatite?».

Ti dico di no.
«Allora è un problema di microcircolazione venosa e linfatica rallentata, iperpigmentazione, congestione emodinamica».

Si può fare qualcosa?
«Niente, te le tieni così, ciao».

sabato 28 dicembre 2019

Lo strano caso dei genitori-attori di Palmanova


Qualche tempo fa sono stata contattata attraverso il mio blog da un certo Sandro Ciroi di Palmanova (nella foto qui sopra, il tipo vestito di verde con quattro braccia), che utilizza le mie pubblicazioni teatrali per bambini. Sarà un insegnante, ho pensato, un animatore teatrale, qualcosa del genere. A un certo punto ho capito che gli spettacoli li mette in scena lui. Allora è un attore di una compagnia di teatro per ragazzi, ho pensato, o un giuggiolone. E invece cosa scopro? Ma facciamoglielo raccontare.


Sandro Ciroi, che cosa hai combinato in quel di Palmanova? A noi puoi dirlo.


Cinque anni fa, figlia numero 1 iniziò l’asilo. Alla riunione iniziale le mamme chiedevano: cosa mangiano? Quando mangiano? Perché mangiano? (Chissà perché tutte quelle domande sul cibo…). Dove dormono? Ma dormono? (Ovvio, con tutto quel cibo!). 

Io ho lasciato sfogare tutti poi ho alzato il dito: «Posso? Ma in questa scuola si fanno le recite di carnevale dei genitori?». Silenzio… forse la gente mi ha preso per pazzo. Ma le maestre mi han detto di sì e così, da quella volta, mi sono preso la briga di prendere in mano l’organizzazione di questo tipo di evento, che, premetto, non ho inventato io ma esisteva già!


È stato difficile coinvolgere gli altri genitori? E come l’hanno presa i bambini?



Io sono sempre stato una persona fortunata. E di conseguenza ho sempre avuto uno zoccolo duro di genitori che mi hanno seguito e che, anzi, sono cresciuti nel tempo. Poi sai, lo facciamo per i bambini! E quale motivo può essere più forte per una mamma o un papà?
I bambini ne sono entusiasti. Ci sono genitori che non ne possono più di rivedere il dvd della recita, o di sentire il cd delle canzoni... e per fortuna, dico, che le canzoni sono belle!

La passione per il teatro è spuntata all’improvviso o covava in te già da tempo?


Nulla nasce per caso. Due cose sono successe: il mio ultimo anno di asilo e le scuole medie. All’asilo in quell’anno, nel mio paese natale (fammelo scrivere, Gonars. Gonârs in friulano), i genitori iniziarono a fare le recite di carnevale per noi bambini, per cui sono cresciuto con questa cosa che i genitori devono fare le recite di carnevale per i bimbi: una sorta di imprinting. 

E un paio di anni fa, al mio vecchio asilo, hanno festeggiato i 35 anni di recite dei genitori! Che dire: straordinario.

Alle medie invece una professoressa di italiano illuminata ci ha fatto fare delle esperienze teatrali e lì ho capito che per me non esiste forma d’arte più diretta e adatta alla mia persona. Lo scorso anno ho rintracciato la prof. e l’ho invitata a vedere il tuo “Il brutto anatroccolo”. 
Anzi, il mio... basato sul tuo testo!




Domande scottanti: dove lo trovate il tempo per fare le prove? E chi vi fornisce la droga? (Ah ah, no, la seconda è uno scherzo eh).

Quali prove? Cosa vuoi che ti dica... Una sera a settimana per 2 mesi, 8-10 prove in tutto e passa la paura. Che ci vuole a imparare 6 canzoni da cantare dal vivo e il testo? (Faccina tipo urlo di Munch).
Questo è una specie di miracolo che accade ogni anno: la passione di questi genitori rende possibili cose altrimenti irrealizzabili. 
Ah, sì... quest’anno ho chiamato una vecchia amica per farle preparare un paio di coreografie: per cui i miei ragazzi hanno anche ballato!


Progetti futuri?

Figlio numero 2 ha davanti a sé ancora due anni di asilo. Quindi sicuramente ancora due recite. Poi qualcuno prenderà il mio posto e porterà avanti il discorso, se vorrà. Tutti utili, nessuno indispensabile.
Però ho fatto una promessa alle mie ex attrici (perché non l’ho detto, ma se non hai i bimbi all’asilo puoi essere chi vuoi che non ti faccio recitare nel mio spettacolo) che mi hanno tormentato e mi tormentano per mettere su una vera compagnia: la promessa è quella di fare un ultimo spettacolo, magari in grande, magari chiamando tutti quelli che hanno recitato in questi anni e vogliono cimentarsi di nuovo. E qui, mi sbilancio, mi piacerebbe fare "Betlehem Anno Zero", uno dei tuoi più bei lavori, che ho già fatto da ragazzo sia come attore che come cantante. Vediamo se ce la facciamo.

Last but not least? Un’ultimissima cosa?

Beh certo che sì: ne avrei di cose da dire… ma devo fare qualche ringraziamento.
A tutti quei genitori che si sono fidati e hanno deciso di seguirmi in questo viaggio. In particolare a quelli che mi hanno aiutato nella preparazione del tutto, non solo della parte teatrale ma anche organizzativa, logistica e scenografica, parimenti importante. 
Alla nonna paterna dei miei bambini... che è la sarta che mi accontenta sempre.
Alle persone che mi hanno regalato da ragazzo queste esperienze teatrali, alla scuola che ci sta vicino e ci incoraggia e all’amministrazione comunale che ci regala per un paio di giorni la magia di un teatro vero tutto per noi.
A te che hai questo stile di scrittura che sento molto affine, e che crei questi lavori magici dalle musiche meravigliose. Questo scrivilo, non temere che questo mio pensiero possa sembrare una marchetta spudorata. Chi ti legge su questo blog lo fa proprio per quel che scrivi e capisce molto bene quello che voglio dire.

D'accordo, io glielo lascio dire, ma precisiamo – per ammortizzare la sviolinata – che le musiche non le scrivo io, collaboro sempre con bravissimi musicisti.
Per chiudere: trovo questa di Sandro e dei genitori di Palmanova un'esperienza davvero bella e incredibilmente interessante sotto vari punti di vista. Dico sempre che i bambini molto piccoli non dovrebbero essere sottoposti all'impegno della recita, specie se è una sorta di "obbligo” dettato dai genitori: in certe situazioni diventa uno strazio. Per tutti.
E quindi, suggerimento ai genitori di bambini dell'asilo: prendiamo esempio! Se avete il coraggio, la recita fatela voi!

venerdì 24 febbraio 2017

TAPPATI LE ORECCHIE ZOLTAN

Sono qui da due ore, o forse più, con la cuffia pressata sulle orecchie che mi stanno ribollendo. Sposto tracce e organizzo tracklist per l'ennesima compilation. Ormai si fanno poche nuove registrazioni, si va avanti a compilation, c'è la crisi. Il riciclo intelligente, per darci un tono lo chiamiamo così.
Okay, non divaghiamo.
Sono qui con la cuffia, piazzata davanti al computer. Un po' alienata, forse, perché è un tipo di repertorio che ti spappola i neuroni, ti entra in circolo e ti si ripropone nel cervello quando meno te l'aspetti, tipo la notte quando ti metti a letto.

A un certo punto skype mi avvisa che è partita una chat. Cerco subito di capire chi tra i miei contatti mi sta scrivendo. È un certo Zoltan. Chi? Ma io non conosco questo Zoltan. Qualcuno dei miei contatti s'è cambiato il nome skype?
«Toc toc. Buongiorno, possiamo noi parlare due minuti?».

Ah, ok, capito. È Yoda di Guerre Stellari.
«Con chi ho il piacere di chattare?», scrivo velocemente, con quella punta di acidità femminile che mi viene su quando sento che sto per essere presa in giro.
«Molti anni fa ci siamo noi conosciuti. Tu eri giovane studentessa e io... una memoria ero già. Un sapere tramandato. Un sistema pedagogico musicale».
Alt. Un sistema pedagogico musicale?
«Zoltan come?», chiedo ancora.
«Zoltan Kodàly».
 

Andiamo bene. Sono lucida? Sono stanca? Una volta i musicisti morti ti si manifestavano in sogno. Oppure durante le sedute spiritiche. Adesso comunicano via chat, non c'è più mistero, non c'è più quell'esoterismo inquietante di una volta.
Prendo un minuto per elaborare una risposta all'altezza della mia sagacia e del mio livello culturale: «Ha un numero che possa giocarmi al lotto?».

Mi sa che l'ho spiazzato, non scrive più. Avrà capito la fine ironia? E adesso?
Nulla.
Rimetto la cuffia, pronta a riprendere il mio lavoro di compilatrice di compilation.
«Sembra che tutto tu abbia dimenticato». Dopo cinque minuti mi arriva questa chat, sempre da lui. 

No, non ho dimenticato. Mi ricordo ancora le lezioni sul sistema elaborato da Kodàly per l'educazione musicale dei bambini. Un metodo che non è un metodo per educare semplicemente alla musica, ma con la musica. Induttivo e non deduttivo. Con la musica che parla al cuore e diventa un elemento fondamentale per la formazione globale. Con un repertorio che ha le sue radici nella musica popolare.

«Quando si inizia a insegnare musica ai bambini, a che età, a che età?», continua.
«Nove mesi prima di nascere», rispondo nel tempo di un nanosecondo. Meno male, questa la so!
Insomma, Zoltan Kodàly è venuto a sgridarmi perché sa benissimo che sto compilando compilation che non c'entrano niente con tutto questo. Sta' a vedere che si è rivoltato nella tomba per colpa mia. «La musica popolare non si vende, amico mio. E non mi faccia la predica sul capitalismo e sulla decadenza culturale, la penso come lei».

È palese: mi sento in colpa. Perché è vero che fa parte del mio lavoro occuparmi di musica per bambini per una casa discografica e che devo occuparmi di prodotti che possibilmente vendano. Ma anch'io scrivo cose per bambini e lui forse lo sa. Forse lassù se ne parla.
«Invece di ispirarti ai miei bicinia hungarica ti ispiri ai puffi di Cristina D'Avena».
Lo sa. E lassù si parla anche di Cristina D'Avena.
«Magari – ribatto – sai i soldi che facevo».
«Sì però...» e manda l'emoticon con la faccetta terrorizzata.
«Comunque non m'ispiro affatto a Cristina D'Avena».

Toc toc. Ora non è una chat: qualcuno bussa alla porta del mio ufficio.
«Avanti!».
La porta si apre di scatto. Si apre e compare una donna bassina: Cristina D'Avena.
È tutta strizzata in un top di pelle nero con una gonna svasata di tulle nero e raso. Si siede davanti a me e mi guarda: «Non ho capito perché questo tono da snob. Sai quanti dischi ho venduto io, bella? E sai che ancora mi chiamano ai concerti? E ho un sacco di fan? E tu?».
No, io no, signora Cristina D'Avena, non mi conosce nessuno. Credo forse di avere un certo numero di ammiratrici tra le maestre d'asilo.
«Ah ah ah ah ah» ride sguaiatamente battendo i pugni sulla scrivania.
«Non intendevo sminuirla dicendo che non m'ispiro a lei. È che m'ispiro a una musica più commerciale degli ultimi tempi».
«Tipo?» fa lei con aria di sfida.
«Tipo... tipo... – oh, non mi viene in mente niente – tipo i Righeira». Ma ho buttato una cosa lì, che non c'entra niente.
«Ah ah ah, alla faccia degli ultimi tempi!». Lei continua a sbeffeggiarmi.

Toc toc. Chi è che bussa, adesso? «Avanti!».
È Johnson Righeira. Entra con i suoi occhiali da sole e va subito a sedersi davanti a Cristina D'Avena. Si rivolge direttamente a lei, praticamente ignorandomi.
«Scusa Cris, qual è il problema?».
«Nessun problema John», dice lei continuando a ridere.
Guardo l'orario sul computer.
«Signori miei – dico – è stato veramente un piacere conoscervi, ma tra pochi minuti scatta la mia pausa pranzo e non vorrei rimanere bloccata qui».

Nel frattempo sul display mi compare di nuovo una chat di Zoltan Kodàly: «Se ancora tra voi io mi trovo, in questo mondo senza pace per la mia anima, è perché alla mia domanda nessuno risposto ha, finora: quale musica migliore per i bambini è?».
Dico io, ma è una domanda da fare proprio a ridosso della mia pausa pranzo?

Toc toc. Ancora? Chi è adesso? «Avanti!», grido. La porta si apre lentamente, molto lentamente. Si affaccia un uomo e, che mi venga un colpo: è Franco Battiato. «Buongiorno maestro, qual buon vento? A cosa dobbiamo questa sua gradita visita?» dico, non sapendo cos'altro dire. Lui, silenzio. Abbassa la testa, un po' infastidito. Poi la alza e guarda verso il soffitto: «Perché sei un essere speciale... ed io...». Si ferma.
«Avrò cura di te!» mi affretto ad aggiungere.
«La sapevo anch'io, figurati», fa la Cris. Il maestro gira i tacchi e se ne va, sbattendo la porta dietro di sé.
«Comunque stava parlando per me», riprende Cristina D'Avena.
«Sì, vabè», ribatte Johnson Righeira.

I minuti passano inesorabili e io comincio a perdere la pazienza. Leggo a voce alta la domanda di Zoltan: «Quale musica migliore per i bambini è?» I miei due ospiti inattesi si guardano tra loro. Poi mi guardano. Io guardo il computer, poi Cristina e poi Johnson. Poi guardo tutti e due. E loro mi guardano ancora.
«Secondo me, è la musica che loro amano, quella che a loro piace». Mi è uscita così, non so nemmeno io da quale angolo del cervello sia partita.
Cristina D'Avena dice: «Ok». Poi si alza e se ne va, seguita da Johnson Righeira.
Guardo il computer: «Ok» scrive Zoltan, e la chat si chiude.
È esattamente l'una, in tempo per la mia pausa pranzo.

Ok, fino alle due non ci sono per nessuno.

giovedì 26 novembre 2015

ATTI EROICI OCCASIONALI CHE TI FANNO SENTIRE WONDERWOMAN

L'episodio che sto per raccontare è accaduto qualche tempo fa, ad agosto di quest'anno, ed è totalmente vero. L'ho raccontato a poche persone, ma adesso che mi torna in mente credo che valga la pena divulgarlo un po' di più.

Siamo circa a metà agosto. Bagagli pronti, tutto predisposto, biglietti lì, documenti là.
Buio, notte, in casa si dorme. La mattina dopo, sul tardi, avevamo il volo per Budapest.

A un certo punto, ancora nel sonno, avverto un rumore sospetto. Sospettissimo. Un rumore di chiavi che girano nella serratura. Rimango al buio e guardo l'orario sulla sveglia: le sei.
Le chiavi stanno girando e io dico a bassa voce: «I ladri». Mentre il marito non si sbilancia e rimane immobile, steso al suo posto (forse non ha capito quello che ho detto, forse l'ha capito, ma non è sicuro di essere sveglio, forse non vuole capire), io in un nanosecondo scatto come una molla, mi alzo e corro in slip e nient'altro verso la porta di casa che proprio in quel momento si sta aprendo. Mi butto di peso sulla porta e con lo slancio della disperazione e della paura riesco a chiudere fuori il malvivente che farfuglia qualcosa tipo «ma... agh... ma...». Mentre sono a terra piegata in due dalle palpitazioni cardiache, e cerco le mie chiavi per bloccare la serratura dall'interno, quello che è fuori sussurra: “Daniela... Daniela... So' papà».

«Papà?!?». Apro. Sì, è mio padre, con un faccia da cane san bernardo a cui hanno appena rubato la botticella da sotto il mento. Piano piano nel frattempo si è materializzato anche il marito.
«Papà, ma che cazzo (sì, l'ho detto) ci fai qui?».
«Venivo a dare da mangiare a Ramon».
Gli avevamo affidato la cura del gatto per i giorni in cui non c'eravamo. 
«Ma sono le sei! Papà, m'è quasi venuto un infarto!!! Sei matto?».
«Pensavo che foste partiti stanotte».

A parte il fatto che anche se fossimo partiti, dove cazzo vai in giro alle sei del mattino di metà agosto – che è ancora buio pesto – a 84 anni? Ma poi chi ti ha detto che partivamo stanotte?
Nessuno. Se l'era sognato.

C'ho messo un po' a riprendermi perché la paura è stata tanta.
Poi, passati lo spavento, la tachicardia e la pressione alta, mi sono rimessa un po' a letto. E dopo, partita per la vacanza a Budapest, sono stata giorni e giorni a ridere ripercorrendo le fasi concitate dell'azione e rivedendomi in slip mentre mi avvento impavida contro l'invasore.

Considerazioni postume.
1. Peso 47 chili e ho la forza di una marmotta in letargo (gli amici della palestra possono confermare), eppure in un momento di pericolo non ho esitato all'azione incosciente. Che coraggio, Wonderdani!
2. Se avessi avuto una pistola probabilmente avrei sparato alla prima ombra che si fosse affacciata dalla porta. E addio papà. Meno male che non ce l'ho (la pistola, dico).

E ora via, più veloce della luce.


giovedì 8 ottobre 2015

VUOTI A PERDERE


Sere fa mi ha chiamato un mio vecchio insegnante di recitazione per chiedermi se ero disponibile a rilasciare un'intervista in merito a un monologo scritto da lui, che io per prima ho recitato trent'anni fa.
Primo pensiero: quale monologo? Secondo: io?!? Ma davvero? Terzo: di che parlava questo monologo? Al quarto pensiero ho realizzato che non mi ricordavo minimamente di questo episodio. Ma proprio zero. Zero carbonella. Lui si è stupito: «Caspita, il vuoto di memoria dovrebbe essere più un problema della mia età (ottant'anni), ma tu...».

Ecco, io di questi buchi nella memoria ne ho tanti. Dimentico facilmente fatti, persone, cose... Non è cattiveria, mi succede. Di negativo c'è che alle cene coi compagni di liceo sono l'unica che non cita aneddoti divertenti dei professori (perché non se li ricorda proprio). Di positivo c'è che dimentico anche quello che effettivamente è meglio dimenticare.

La mia psicologa ipotizza che si possa trattare di un sistema di rimozione che avrei messo in atto proprio per difendermi da brutti ricordi.

E infatti raramente soffro di nostalgia.
Che astuta volpe che sono!
Certo, poi nel calderone finisce un po' di tutto.
E a questo proposito... che stavo a di'?

giovedì 1 ottobre 2015

QUANDO LA SMETTERÒ DI VESTIRMI DA FATINA?

Forse mai. Non smetterò mai di mascherarmi, di mettere parrucche, costumi, cappelli, boa di struzzo finti. Per fare cosa poi? Niente. J'adore.

Sono sempre stata così, ma se nelle bambine è normale, nelle ventenni è comprensibile, nelle trentenni un po' meno (tranne in contesti di spettacolo, s'intende), nelle quarantenni un vezzo giovanile, dopo i cinquanta comincia a essere un disturbo della personalità. Non dico che ci vado in giro, ma se mi trattengo è solo perché ho avuto un'educazione molto rigida.

Non perdo occasione di fare qualche lettura animata per i bambini solo per il gusto di vestirmi da strega o da fatina. E con la scusa dei bambini mi travesto io. Ho angoli della casa che traboccano di vecchi abiti di scena, costumi di carnevale, mantelli, bacchette magiche e corone. Non è normale.


Il leggendario Marco Pesatori, fine astrologo fuori dal coro e intellettuale dei nostri tempi, mi ha rincuorata: è nel dna delle mie stelle, quindi non ho subito traumi infantili, né ho complessi particolari che mi spingono a farlo. Semplicemente seguo la mia natura di pesci ascendente scorpione, così trasformista e stralunata o, potremmo anche dire, diversamente scema.


Ecco in questo breve video l'ultima performance pubblica conciata da fatina delle nevi, con delle improbabili palline roteanti in testa. E badate che non faccio nemmeno uso di droghe.



giovedì 10 settembre 2015

SELEZIONE NATURALE 2


Non ero partita con l'intenzione di scrivere un post seriale (mi riferisco a quello precedente: SELEZIONE NATURALE), ma tant'è, sento di nuovo l'urgenza di puntualizzare alcune cosette riguardo al rapporto a volte pacifico, a volte conflittuale, a volte irritante tra normali e vegetariani-vegani (uso la parola "normale" volutamente).
Solo che mi è venuta in mente un'altra provocazione (se così la vogliamo chiamare) che mi viene rivolta spesso.

Quelli che dicono che anche le piante soffrono e muoiono e quindi i vegani sono assassini.
Non ridete. Non mi riferisco al simpatico post di facebook che recita una cosa del tipo: "ogni volta che un vegano mangia muore un cavolfiore", o qualcosa del genere. Perché qualcuno, è vero, lo dice sapendo di sparare una cazzata. Ma qualcuno lo dice seriamente.
Con questo non metto in dubbio che le piante non sentano e non abbiano una sensibilità. Penso ce l'abbia anche l'acqua, figuriamoci.
Ma perché tu, normale onnivoro spocchiosetto, devi costringermi a risponderti? Cosa vuoi che ti risponda? Una considerazione semplice semplice. Prova a tagliare una foglia d'insalata o a staccare un frutto dall'albero e vedi cosa succede (te lo dico io, ricrescono) e prova a staccare una zampa a una mucca (non ricresce). Quest'ultimo esperimento magari non lo fare.

A ruota seguono altre osservazioni ricorrenti.

Quelli che l'uomo ha sempre cacciato e la catena alimentare e il leone mangia la gazzella e però le proteine della carne sono insostituibili e la salute e la vitamina B12.
Ragazzi: se vi piacciono la salsiccia, la cotoletta e l'arrosticino, mangiateli senza riproporre in continuazione certe teorie preistoriche. Chi vuole informarsi, s'informa, chi non vuole sapere, non sa. Non tutti sono in grado di rinunciare a certe cose. E nemmeno vi è richiesto. Non dovete essere per forza voi a salvare il mondo. Mangiate il kebab e però zitti.

Quelli che siccome essere vegani adesso va di moda, devono fare gli adoratori dell'hamburger di macdonald per essere quelli sempre controcorrente.
Un minuto di silenzio per chi è ossessionato dalla necessità di essere originale e pensarla sempre diversamente dagli altri. Dev'essere una gran fatica. E a volte, un pericolo per il fegato.


Se mi verranno in mente altre provocazioni continuerò la serie.
Intanto vado a fare un discorsetto all'insalata prima di mangiarmela.


martedì 26 maggio 2015

RICORDI DI VIAGGIO. Grecia e Turchia in caicco


Amo il mare e amo la barca. Il caicco è anche comodo, quindi lo amo ancora di più.
Un viaggio in caicco tra Grecia e Turchia in agosto. Isole sole e mare.

lunedì 25 maggio 2015

RICORDI DI VIAGGIO. Marrakech, oasi e deserto





Questo video è quello che tra i miei di viaggio ha avuto più visualizzazioni.
E anche tanti imbarazzanti commenti razzisti.
Comunque, un bellissimo viaggio e non dico altro.




sabato 31 gennaio 2015

IL FATIDICO MARTEDÌ GRASSO

Martedì grasso è un giorno che mette inevitabilmente tristezza. Non solo è martedì – e quindi c'è ancora tutta la settimana davanti – ma è pure grasso, e per una che sta costantemente a dieta non può che risultare sgradevole. Eppure ogni anno, puntualmente, non riesco a resistere a quell'irrefrenabile impulso di andare a una festa mascherata, e per di più con la maschera. Anche se c’è la crisi, anche se tutto va a rotoli, sembra che la gente non aspetti altro che mascherarsi e fare feste. Certo, Halloween adesso è più trend e va per la maggiore… ma qualche festa di Carnevale ancora regge. Io francamente ci perdo ore, giorni a pensare come conciarmi per vincere sempre il primo premio della sfilata, e mi cucio il costume con le mie manine, pezzo per pezzo. Che soddisfazione quando lo indosso, una volta finito, e mi guardo allo specchio! Quest’anno mi sono vestita da Ninfa Silvestre: tunichetta verde, calze verdi con scarpette fiorate, cofana di foglie e fiori in testa. Praticamente un misto di stile shakespeariano e gusto nippo-fantasy. Vestita così io ci sono andata a una festa. C'erano decine di pagliacci, quattro Minnie, due Topolino, dodici arabi, un poliziotto - vero, tra l'altro - una Morticia Addams e uno Zorro. Zorro! Ancora! Invece chi ci penserebbe a vestirsi da Ninfa Silvestre? Io, solo io... Al momento di sfilare ho abbozzato un sorrisetto, quasi per dire: beh, che stupidaggine, ci gioco così, solo per ridere... E invece, con una determinazione da terminator, io volevo vincere quel dannato primo premio. Era ovvio, non c'era nessuno che potesse competere con me, con l'originalità, con la bellezza del mio costume! Prima che annunciassero la maschera vincitrice ho avuto un po' di batticuore, lo confesso: dopo tutto Morticia era una stangona tutta rifatta e non volevo che la giuria si facesse condizionare. Poi, il verdetto...
«Vince il primo premio... la Primavera!»
Ninfa Silvestre, Ninfa Silvestre, un po’ di precisione per la miseria! Oh, grazie, non dovevate, le altre sono tutte belle e originali, che vergogna, non ho parole, non me lo merito, no...

Ho afferrato il primo premio e l’ho guardato a lungo, attentamente: tanta energia per un salvadanaio a forma di maialino.
Basta stupidi costumi. È l’ultimo anno. 
No, aspetta… il penultimo… mi è venuta una mezza irrefrenabile idea di vestirmi da Medusa. Chi ci penserebbe a vestirsi da Medusa? Io, solo io…



sabato 20 dicembre 2014

TOMBOLA E FAGIOLI

Natale è ancora una festa speciale perché è una festa piena di ricordi.
Infatti i Natali di un bel po' di anni fa me li ricordo ancora piuttosto bene.
Le feste si passavano tassativamente in famiglia, e in famiglia prima eravamo sempre in tanti: tanti zii, tanti cugini, e tutti per le feste stavamo là, nessuno in quelle occasioni aveva impegni più importanti.
La famiglia da parte di mia madre è proprio romana romana: nonno Mario (buonanima) era romano de Roma, con qualche svirgolamento verso Tivoli e nonna Elena (buonanima) romana di sette generazioni. Quando mia madre e i miei zii erano piccoli, abitavano a San Lorenzo, e quindi s'erano beccati il bombardamento nella seconda guerra mondiale (cosa che veniva rievocata puntualmente). Poi s'erano trasferiti a Centocelle, a via Tor de Schiavi, e sono rimasti lì in quella casa fino all'ultimo. Ed è lì che sono stati consumati i nostri pranzi natalizi leggendari.

I pranzi di nonna Elena non te li puoi scordare. Ti ritornano su pure in sogno a distanza di decenni. Metteva le spianatore su tutte le superfici piane di casa e sopra ci lasciava riposare chili e chili di pasta fatta in casa. Cucinava quantità industriali di fettuccine, lasagne, cannelloni… Poi abbacchio con le patate e altra roba che doveva rispettare una specifica condizione per entrare nel menù: doveva essere grassa. Cucinava un po' sempre le stesse cose... il baccalà col sugo e lo zibibbo (a Roma l'uvetta si chiama zibibbo), i carciofi con la mentuccia, i broccoli fritti, i carciofi fritti... friggeva tutto, pure la ricotta. I fritti erano soprattutto per la cena della vigilia, per stare leggeri, insieme a due spaghetti con le vongole (due per modo di dire). Alla fine, insieme alla collezione di panettoni pandori e torroni, arrivava a tavola anche il castagnaccio, una specie di pizza dolce marroncina che si mangiava con la ricotta sopra. Ah, e il giorno dopo, a Santo Stefano, per non sovraccaricare lo stomaco già tendente al coma epatico: cappelletti in brodo. E tutto il resto. Ma lasciamo perdere va', che mi si alza il colesterolo solo se ci ripenso.
Negli ultimi anni io e mia cugina avevamo cominciato ad avanzare strane necessità: «Nonna, io sono diventata vegetariana». «A no', io sto a dieta». «Sète giovani, ma sète fraciche», ci diceva lei. «Ve faccio un po' de purè coi fagiolini». Il purè di nonna Elena, più parmigiano e olio che patate, aveva le stessa quantità di calorie di una torta panna e cioccolata, e pure i fagiolini non scherzavano. Tutto, nelle mani di nonna, diventava magicamente grasso.

Eravamo sempre divisi in due tavoli: il tavolo dei grandi e quello dei bambini. Io e mia cugina Isabella siamo rimaste al tavolo dei bambini fino a dopo i trent'anni, intanto che ai cugini si aggiungevano i figli dei cugini.

Dopo il pranzo di Natale era obbligatoria la tombola. Adesso si chiama bingo, ma per noi era e rimarrà per sempre tombola. Non mi venite a dire che la tombola è un gioco divertente. Eppure da bambina io mi ci divertivo, perché i miei zii conoscevano tutti i numeri della smorfia. Poi perché qualcuno tra un numero e l'altro qualche cazzata per ridere la sparava sempre. E poi perché alla fine facevano il tombolino per i bambini e qualcosa vincevi per forza. Per tanti anni le cartelle erano state quelle lisce, di cartoncino, e i numeri si coprivano coi fagioli e si perdeva più tempo a chiedere: Mi ripeti i numeri? perché i fagioli rotolavano via come niente. Poi a un certo punto c'è stato un salto tecnologico, l'avvento delle cartelle di plastica con le finestrelle apri e chiudi.
Dopo la tombola, i grandi si scatenavano a sette e mezzo e mercante in fiera. La peggio era sempre mia nonna. Se vincevi, ti faceva le corna sulle carte e non vincevi più.

Oltre a mangiare e giocare non c'era sentore di una qualche spiritualità. Ah, beh, giusto un anno mi ricordo che il nostro Natale ha sfiorato momenti significativi di cultura musicale. A festeggiare con noi c'erano anche i genitori austriaci di Roswitha (Roswitha è la moglie di uno dei miei cugini. Un nome impronunciabile per nonna Elena, una volta ho sentito che l'ha chiamata Rosbeef, il più delle volte Rosita, come la figlia di Celentano). Quella volta è andata così: a un certo punto del pomeriggio, Roswitha, sollecitata dai genitori, tira fuori un mazzetto di spartiti e ce li consegna spiegando che da loro, in famiglia, è tradizione eseguire insieme i più famosi canti di Natale. E c'invita a cantare tutti insieme. E mentre noi stiamo sotto choc ancora coi fogli in mano, loro, madre padre figlia, nei ruoli rispettivamente di soprano contralto e tenore, cominciano a intonare Stille nacht in tedesco e rigorosamente a tre voci. Stille nacht... heilige nacht... Noi siamo senza parole. Solo un pensiero: tacci vostri, e noi mo' che famo? Finito il pezzo, applauso e, a seguire, lungo momento d'imbarazzo. Chi fischia, chi si taglia una fetta di torrone, chi va al bagno. Ma Frau Christine, la regina madre, non si lascia ingannare, ci guarda e Roswitha ci dice che ora tocca a noi e ci intima chiaramente di cantare qualcosa. Roswitha è austriaca, detesta fare brutta figura. Allora facciamo un rapido consulto, escludendo subito nonna Elena e nonno Mario che stanno ancora sotto choc. Allora: qui non c'è nessuno che va in chiesa, manco uno straccio di Venite fedeli si tira fuori. Io dico: ma scusate, Tu scendi dalle stelle? Dovrebbero saperla tutti Tu scendi dalle stelle! Niente, lo sanno poco e male. Infine, per non deludere gli ospiti, arriva l'unica proposta fattibile. Un classico. Uno due tre, e attacchiamo: Fatece largo che passamo noi, sti giovanotti de sta Roma bella... Roswitha nasconde l'imbarazzo e cerca di tradurre il testo ai genitori, molto probabilmente con qualche modifica.

Ah, ma abbiamo avuto anche altri Natali con ospiti internazionali. Per esempio il primo anno con Marghany, un amico sudanese dei miei cugini.
Non mi ricordo chi di noi gli chiese: «A Marghany, che mangiate voi nel vostro paese quando è festa?» E lui: «Nel nostro paese quando si mangia è festa. Tombola!»
Come tombola? A Marghany, ma che ce sei venuto dall'Africa a fregà i sordi a noi?
E nonna rideva con quella risatina che aveva solo lei.

Chissà se adesso mi guarda da lassù. Se mi guarda, sicuramente penserà: «A bella de nonna, ma come fai a magnatte er tofu?»
Lo so, nonna, c'hai ragione, se c'eri tu me lo facevi diventà 'na bomba calorica con due semplici mosse. Ma tu non puoi capì, adesso è tutto diverso. Tu, nonna, fai parte di un'altra storia. La storia dei Natali di tanti anni fa, di quelle feste molto romane e molto caloriche a casa tua, che passavamo tutti insieme, tutti stretti intorno al tavolo, coi fagioli sulla cartella della tombola che rotolavano via. Che rotolavano via, proprio come gli anni che ci separano dai nostri ricordi. E ammazza quanti anni sono.





sabato 13 dicembre 2014

Racconti fatali: STORIA DI BICE, FATA INFELICE

Ero una figlia d'arte. Mio padre era mago alla corte di Re Artù, mia madre una famosa fata delle nevi sui monti della Svizzera.

Alla tenera età di sei secoli fui mandata in un rinomato collegio per fate, dove avrei ricevuto un'educazione degna del mio rango.
Ma non ero felice, lì. Essere buona, gentile, educata, altruista, sorridente, non erano cose che facevano per me.

Durante una lezione di taglio e cucito trasformai il bidello in formichiere. Si rivelò anche un ottimo aspirapolvere.
Feci ingurgitare un potente filtro d'amore alla mia compagna Dolcilia, che s'innamorò perdutamente di una lampada. Durante una notte d'amore morì fulminata.

Mettevo letteralmente sotto i piedi il mio maestro, il mago Zerbino, il quale convocò i miei genitori.
Così mi portarono da un noto stregone, Sigmund Freddy, che mi tenne in analisi per quasi due secoli. La diagnosi fu sconvolgente: io ero una strega.

Come era potuto accadere? Una mutazione genetica? O forse un'avventura della fata delle nevi?
Fui internata in un istituto di rieducazione in Transilvania per essere recuperata e tornare a vivere in Svizzera con mia madre che, nel frattempo, si era risposata con un mago della finanza.

Le cose, però, andarono diversamente. Con l'aiuto del dottor Jeckyll – una persona ambigua, ma di buon cuore – riuscii a scappare insieme a Franky, un altro paziente dell'istituto: un tipo geniale, elettrizzante, con un fisico da fusto.

Vagammo per alcuni anni su una scopa rubata, passando per la Foresta Nera, il Bosco degli Gnomi e New York di notte.

Un giorno, però, Franky ebbe un malore a causa di un'anemia latente.
Cadde dalla scopa e si schiantò al suolo. Io, che non avevo la patente, atterrai sull'Himalaya e fui soccorsa da uno Yeti, del quale mi innamorai.

Fu una tenera storia d'amore. Lui era dolce, comprensivo e molto peloso. Purtroppo durò poco. Due settimane dopo il nostro incontro, mentre cantavo Singing in the rain sulla neve, fui calpestata da un mammut che passava lì per caso.





martedì 2 dicembre 2014

TERMINI INUSUALI

Noiosità: ecco, non ero sicura che questa parola esistesse.
Invece è presente sul dizionario e significa:

1 Carattere di chi, di ciò che è noioso: l'esasperante n. di una giornata piovosa

2 Ciò che è motivo di fastidio: sono seccato per tutte queste n.

Esattamente quello che volevo esprimere.
Che bella parola noiosità, se non ci fosse bisognerebbe inventarla.



domenica 30 novembre 2014

Racconti fatali: STORIA DI BABY GINGER

Non ero ancora nata, ma già sapevo che avrei fatto la ballerina.

Al terzo mese di gestazione provavo i primi esercizi e mia madre andava dicendo a tutti che suo figlio sarebbe stato un calciatore.

Al quinto mese eseguii "Lo schiaccianoci". Fu un trionfo: alla fine suonarono le tube e un folto gruppo di globuli bianchi si coagulò intorno a me.

Al settimo mese passai al tip tap. Mia madre preferiva il classico, ma io, testarda, volli provare.
Anche se mi esercitai molto, i risultati non furono buoni: le scarpe non facevano rumore per via del liquido amniotico, che ammortizzava la risonanza.

Ripresi il classico fino all'ottavo mese. Affrontai una tournée e riscossi un discreto successo di anticorpi.

Non ero ancora soddisfatta.
Per tutto il nono mese provai lo spettacolo del debutto all'estero.
Quando mia madre partorì, uscii danzando "la morte del cigno". Lo ricordo come se fosse ieri: indossavo un tutù di tulle rosa e un paio di scarpette a punta argentate.
Tutti in sala parto erano commossi. L'ostetrica pianse per molte ore di seguito e morì disidratata.

Passai qualche giorno in incubatrice, dove conobbi Fred, nato settimino. Ci innamorammo subito, anche se lui era più giovane di me, e scoprimmo di avere in comune la passione per la danza.

Preparammo un passo a due e provocammo il delirio nel nido. Decine di neonati tentarono di uscire dalle culle per venire a stringerci la mano, ma la ressa provocò incidenti. Fu la strage.
Un'infermiera venne a separarci. Io ero disperata: piangevo e mi dimenavo mentre portavano via il mio Fred.

Passarono i mesi. Il giorno del mio compleanno, mentre ballavo una tarantella napoletana davanti alla torta, incontrai Pedro Tacco de Oro, un ballerino spagnolo di due anni e mezzo. Ci fidanzammo: era la prima volta che mi mettevo con uno maturo.

Organizzammo insieme una serie fortunata di spettacoli presso numerosi asili e scuole elementari, dove ballavamo il tango.
Fu proprio durante una di queste esibizioni che rividi lui, Fred.
Era seduto vicino a una biondina che faceva la capoclasse.
Io trasalii: il mio amore per lui non si era mai spento.

Lasciai il Tacco de Oro e tornai a danzare con Fred. Avevamo ormai tre anni.
Un giorno pensammo di allestire un balletto acquatico nella vasca del convento delle suore.
Ma... maledizione, non sapevamo ancora nuotare. E affogammo.





Racconti fatali: STORIA DI ARTURO, IL PIDOCCHIO CHE NON SAPEVA AMARE

Tutti i miei compagni lo sapevano: cosa potevo farci?
Sin da quando ero lendine manifestavo un certo disinteresse verso il gentil sesso.
Questo disinteresse si rivelò una vera e propria repulsione quando fui pidocchio adolescente.
Gli altri miei amici frequentavano un casinò sulla testa di un operaio del sud. L'arredamento era molto bello: il colore base era il nero, e la moquette morbidissima.
Ma niente mi stimolava. Me ne stavo solo soletto, dentro un ricciolo, a scrivere poesie.

Quando divenni più grande, la mia insana indolenza si accentuò.
«Un pidocchio come te è solo un parassita per la nostra società» diceva sempre mio padre.
Molte pidocchie, prezzolate dal mio preoccupato genitore, cercarono di tentarmi nella sensualità. Una ninfomane provò a ballare nuda davanti a me la danza del ventre, mentre eravamo in vacanza sulla testa di un bagnino di Rimini, che è il massimo della libidine. Niente, non succedeva niente.

Provai inutilmente a distrarmi con lo sport e per un po' praticai il surf su una scaglia di forfora.
Decisi di andare da uno psicologo, che mi consigliò un periodo di ascesi sul codino di un arancione.
Passai dei giorni bellissimi in contemplazione.

Al mio ritorno nel clan conobbi Rosina, una pidocchia perbene, fragile e sensibile. Il nostro fu un amore platonico.
Presto la lasciai, per non farle del male: lei aveva davanti a sé tutta la vita per prolificare.

Rosina la prese molto male. Si uccise gettandosi dalla testa di un giocatore di basket.

Stetti malissimo, e inoltre la comunità mi emarginò.
Vagai per molti giorni da una testa all'altra, senza meta, senza scopo.
Decisi di farla finita. Entrai in una testa di sterminio, volontariamente.
Fu questione di pochi minuti. Dopo lo shampoo antipediculosi morii e il mio corpo senza vita cadde giù per lo scarico del lavandino.
Spero solo che alla prossima reincarnazione mi vada meglio.





venerdì 28 novembre 2014

Racconti fatali: DAISY, LA BELLA MARGHERITA

Daisy si svegliò una bella mattina d'aprile nel giardino della scuola.
Aprì lentamente i petali bianchi e sentì il piacevole calore del sole carezzarle il capolino giallo.

Le api cominciarono a ronzarle intorno. «Che bella margherita!», dicevano.
Le allegre farfalle si rincorrevano festosamente sussurrando alla brezza primaverile: «Che bella margherita!»
«Grazie, grazie a voi tutti». Daisy era felice.

Anche i fiori vicini notarono la sua bellezza e si prodigarono in complimenti.
Le formiche indaffarate tra i fili d'erba furono altrettanto colpite e si strinsero intorno a Daisy cantando: «Che bella margherita, che bella margherita!»
«Sono proprio un fiore fortunato: sono contenta di essere nata». Così, cullata dal venticello della sera, si addormentò.

Il mattino dopo si schiuse per accogliere di nuovo tra i suoi petali i benefici raggi del sole.
«Buongiorno, amico sole. Buongiorno a voi, fratelli fiorellini. Buongiorno Primavera. Buongiorno alberi, fili d'erba, formiche, api. E buongiorno a te, bambino della scuola, che ti stai avvicinando a me».
«Che bella margherita!», esclamò il bambino, e la sradicò dal terreno per portarla in regalo alla maestra.

Così finì la breve vita di Daisy. Era proprio una bella margherita.





giovedì 27 novembre 2014

Racconti fatali: LA FARFALLA COSTANTE


Ero solo una piccola larva, e già la mia timidezza mi rendeva difficile ogni rapporto sociale.
Le formiche mi prendevano i giro e le rane mi facevano i gavettoni.
Ma io mi facevo forza, e andavo avanti.

Un giorno, mentre passeggiavo su una foglia di gelso, urtai involontariamente un baco da seta. Io gli chiesi umilmente scusa. Nonostante ciò, lui mi ricoprì tutta della sua bava appiccicosa.
Io mi feci forza, e andai avanti.

Neanche nello stadio di crisalide ebbi pace: le api usavano il mio involucro per affilare i pungiglioni e le cicale non mi facevano dormire.
E io mi facevo forza, e andavo avanti.

Le cose peggiorarono quando divenni farfalla.
«Sei solo una cavolaia!» mi ripetevano.
Mi sentivo tanto sola.

Incontrai un calabrone, molto distinto nel suo frac, e me ne innamorai perdutamente.
Mi mise incinta e mi abbandonò su una foglia di malva, che è il massimo della miseria.
Da quella unione sfortunata nacque un bruco verde e peloso, e tutti andavano dicendo che mi somigliava.
Io mi facevo forza, e andavo avanti.

Con il mio piccolo affrontai la pioggia, la neve, il vento e i bambini dell'asilo.
Mi ferirono le ali, mi staccarono le antenne.
E io mi feci forza.

Volevo anche andare avanti, ma fui catturata dalla Vispa Teresa.

Non aveva ancora studiato la celebre poesia a lei ispirata e mi stritolò.



mercoledì 26 novembre 2014

Racconti fatali: ODISSEA DI UNA FORMICA NANA

Olga viveva nel formicaio di un parco, dove tutte le altre formiche la emarginavano perché era nana.
Essendo inabile al trasporto dei chicchi di grano, fu scritturata da un circo come clown.
Là si sentiva molto amata.

La sera, dopo l'ultimo spettacolo, rimaneva a giocare a carte con il domatore di vermi e spesso andava in discoteca con le pulci ballerine.

La carriera artistica le stava dando grandi soddisfazioni.

Olga riusciva a far ridere i girini, le api e persino i bozzoli (un pubblico notoriamente difficile).
Le altre formiche cambiarono atteggiamento verso di lei, acclamandola come una diva.
In poco tempo diventò l'attrattiva principale del circo.
Le processionarie facevano la fila per giorni, pur di andare a vederla.

Un giorno s'innamorò di un pidocchio trapezista e la sua felicità fu completa.
Ma lui beveva e diventava ogni giorno più brutale. Divenne un essere spregevole che, per pagarsi l'alcool, avviò la povera formica nana alla prostituzione.
«Sei una bestia!» gli disse un giorno Olga e lui, per vendicarsi, la abbandonò in mezzo a una stradina e scappò per sempre sulla testa di un bambino dai capelli molto sporchi.

Stanca della vita, Olga vagò disperata per mesi nel parco, percorrendo metri e metri.
Una lumaca dolce e gentile le concesse un passaggio e, saputa la sua storia, volle riportarla nel formicaio.
Passò un mese e un altro ancora.
Quando arrivarono a destinazione, il formicaio non c'era più: il bambino con i capelli molto sporchi lo aveva distrutto con la sua paletta.
La povera formica nana, presa dal panico, cadde dalla lumaca e morì, per giunta schiacciata da una pigna che si era staccata proprio in quel momento da un ramo.