Una sola è la strada per la felicità, dice il saggio.
Oddio, forse dovevo svoltare prima.
martedì 26 maggio 2015
lunedì 25 maggio 2015
RICORDI DI VIAGGIO. Marrakech, oasi e deserto
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sabato 31 gennaio 2015
IL FATIDICO MARTEDÌ GRASSO
Martedì grasso è un giorno che mette inevitabilmente
tristezza. Non solo è martedì – e quindi c'è ancora tutta la
settimana davanti – ma è pure grasso, e per una che sta
costantemente a dieta non può che risultare sgradevole. Eppure ogni
anno, puntualmente, non riesco a resistere a quell'irrefrenabile
impulso di andare a una festa mascherata, e per di più con la
maschera. Anche se c’è la crisi, anche se tutto va a rotoli,
sembra che la gente non aspetti altro che mascherarsi e fare feste.
Certo, Halloween adesso è più trend
e va per la maggiore… ma qualche festa di Carnevale ancora regge.
Io francamente ci perdo ore, giorni a pensare come conciarmi per
vincere sempre il primo premio della sfilata, e mi cucio il costume
con le mie manine, pezzo per pezzo. Che soddisfazione quando lo
indosso, una volta finito, e mi guardo allo specchio! Quest’anno mi
sono vestita da Ninfa Silvestre: tunichetta verde, calze verdi con
scarpette fiorate, cofana di foglie e fiori in testa. Praticamente
un misto di stile shakespeariano e gusto nippo-fantasy. Vestita così
io ci sono andata a una festa. C'erano decine di pagliacci, quattro
Minnie, due Topolino, dodici arabi, un poliziotto - vero, tra l'altro
- una Morticia Addams e uno Zorro. Zorro! Ancora! Invece chi ci
penserebbe a vestirsi da Ninfa Silvestre? Io, solo io... Al momento
di sfilare ho abbozzato un sorrisetto, quasi per dire: beh, che
stupidaggine, ci gioco così, solo per ridere... E invece, con una
determinazione da terminator, io volevo vincere quel dannato primo
premio. Era ovvio, non c'era nessuno che potesse competere con me,
con l'originalità, con la bellezza del mio costume! Prima che
annunciassero la maschera vincitrice ho avuto un po' di batticuore,
lo confesso: dopo tutto Morticia era una stangona tutta rifatta e non
volevo che la giuria si facesse condizionare. Poi, il verdetto...
«Vince il primo premio... la Primavera!»
Ninfa Silvestre, Ninfa Silvestre, un po’ di precisione
per la miseria! Oh, grazie, non dovevate, le altre sono tutte belle e
originali, che vergogna, non ho parole, non me lo merito, no...
Ho afferrato il primo premio e l’ho guardato a lungo,
attentamente: tanta energia per un salvadanaio a forma di maialino.
Basta stupidi
costumi. È l’ultimo anno.
No, aspetta… il penultimo… mi è venuta una mezza irrefrenabile
idea di vestirmi da Medusa. Chi ci penserebbe a vestirsi da
Medusa? Io, solo io…
sabato 20 dicembre 2014
TOMBOLA E FAGIOLI
Natale
è ancora una festa speciale perché è una festa piena di ricordi.
Infatti
i Natali di un bel po' di anni fa me li ricordo ancora piuttosto bene.
Le
feste si passavano tassativamente in famiglia, e in famiglia prima
eravamo sempre in tanti: tanti zii, tanti cugini, e tutti per le
feste stavamo là, nessuno in quelle occasioni aveva impegni più
importanti.
La
famiglia da parte di mia madre è proprio romana romana: nonno Mario
(buonanima) era romano de Roma, con qualche svirgolamento verso
Tivoli e nonna Elena (buonanima) romana di sette generazioni. Quando
mia madre e i miei zii erano piccoli, abitavano a San Lorenzo, e
quindi s'erano beccati il bombardamento nella seconda guerra mondiale
(cosa che veniva rievocata puntualmente). Poi s'erano trasferiti a
Centocelle, a via Tor de Schiavi, e sono rimasti lì in quella casa
fino all'ultimo. Ed è lì che sono stati consumati i nostri pranzi natalizi leggendari.
I
pranzi di nonna Elena non te li puoi scordare. Ti ritornano su pure
in sogno a distanza di decenni. Metteva le spianatore su tutte le
superfici piane di casa e sopra ci lasciava riposare chili e chili di
pasta fatta in casa. Cucinava quantità industriali di fettuccine,
lasagne, cannelloni… Poi abbacchio con le patate e altra roba che
doveva rispettare una specifica condizione per entrare nel menù:
doveva essere grassa. Cucinava un po' sempre le stesse cose... il
baccalà col sugo e lo zibibbo (a Roma l'uvetta si chiama zibibbo), i
carciofi con la mentuccia, i broccoli fritti, i carciofi fritti...
friggeva tutto, pure la ricotta. I fritti erano soprattutto per la
cena della vigilia, per stare leggeri, insieme a due spaghetti con le
vongole (due per modo di dire). Alla fine, insieme alla collezione di
panettoni pandori e torroni, arrivava a tavola anche il castagnaccio,
una specie di pizza dolce marroncina che si mangiava con la ricotta
sopra. Ah, e il giorno dopo, a Santo Stefano, per non sovraccaricare
lo stomaco già tendente al coma epatico: cappelletti in brodo. E
tutto il resto. Ma lasciamo perdere va', che mi si alza il
colesterolo solo se ci ripenso.
Negli
ultimi anni io e mia cugina avevamo cominciato ad avanzare strane
necessità: «Nonna, io sono diventata vegetariana». «A no', io sto
a dieta». «Sète giovani, ma sète fraciche», ci diceva lei. «Ve
faccio un po' de purè coi fagiolini». Il purè di nonna Elena, più
parmigiano e olio che patate, aveva le stessa quantità di calorie di
una torta panna e cioccolata, e pure i fagiolini non scherzavano.
Tutto, nelle mani di nonna, diventava magicamente grasso.
Eravamo
sempre divisi in due tavoli: il tavolo dei grandi e quello dei
bambini. Io e mia cugina Isabella siamo rimaste al tavolo dei bambini
fino a dopo i trent'anni, intanto che ai cugini si aggiungevano i
figli dei cugini.
Dopo
il pranzo di Natale era obbligatoria la tombola. Adesso si chiama
bingo, ma per noi era e rimarrà per sempre tombola. Non mi venite a
dire che la tombola è un gioco divertente. Eppure da bambina io mi
ci divertivo, perché i miei zii conoscevano tutti i numeri della
smorfia. Poi perché qualcuno tra un numero e l'altro qualche cazzata
per ridere la sparava sempre. E poi perché alla fine facevano il
tombolino per i bambini e qualcosa vincevi per forza. Per tanti anni
le cartelle erano state quelle lisce, di cartoncino, e i numeri si
coprivano coi fagioli e si perdeva più tempo a chiedere: Mi ripeti i
numeri? perché i fagioli rotolavano via come niente. Poi a un certo
punto c'è stato un salto tecnologico, l'avvento delle cartelle di
plastica con le finestrelle apri e chiudi.
Dopo
la tombola, i grandi si scatenavano a sette e mezzo e mercante in
fiera. La peggio era sempre mia nonna. Se vincevi, ti faceva le corna
sulle carte e non vincevi più.
Oltre
a mangiare e giocare non c'era sentore di una qualche spiritualità.
Ah, beh, giusto un anno mi ricordo che il nostro Natale ha sfiorato
momenti significativi di cultura musicale. A festeggiare con noi
c'erano anche i genitori austriaci di Roswitha (Roswitha è la moglie
di uno dei miei cugini. Un nome impronunciabile per nonna Elena, una
volta ho sentito che l'ha chiamata Rosbeef, il più delle volte
Rosita, come la figlia di Celentano). Quella volta è andata così: a un certo punto del pomeriggio, Roswitha, sollecitata dai genitori,
tira fuori un mazzetto di spartiti e ce li consegna spiegando che da
loro, in famiglia, è tradizione eseguire insieme i più famosi canti
di Natale. E c'invita a cantare tutti insieme. E mentre noi stiamo
sotto choc ancora coi fogli in mano, loro, madre padre figlia, nei
ruoli rispettivamente di soprano contralto e tenore, cominciano a
intonare Stille nacht in tedesco e rigorosamente a tre voci. Stille
nacht... heilige nacht... Noi
siamo senza parole. Solo un pensiero: tacci vostri, e noi mo' che
famo? Finito il pezzo, applauso e, a seguire, lungo momento
d'imbarazzo. Chi fischia, chi si taglia una fetta di torrone, chi va
al bagno. Ma Frau Christine, la regina madre, non si lascia
ingannare, ci guarda e Roswitha ci dice che ora tocca a noi e ci
intima chiaramente di cantare qualcosa. Roswitha è austriaca,
detesta fare brutta figura. Allora facciamo un rapido consulto,
escludendo subito nonna Elena e nonno Mario che stanno ancora sotto
choc. Allora: qui non c'è nessuno che va in chiesa, manco uno
straccio di Venite fedeli si tira fuori. Io dico: ma scusate, Tu
scendi dalle stelle? Dovrebbero saperla tutti Tu scendi dalle stelle!
Niente, lo sanno poco e male. Infine, per non deludere gli ospiti,
arriva l'unica proposta fattibile. Un classico. Uno due tre, e
attacchiamo: Fatece largo che
passamo noi, sti giovanotti de sta Roma bella...
Roswitha nasconde l'imbarazzo e cerca di tradurre il testo ai
genitori, molto probabilmente con qualche modifica.
Ah,
ma abbiamo avuto anche altri Natali con ospiti internazionali. Per esempio il primo anno con Marghany, un amico sudanese dei miei
cugini.
Non
mi ricordo chi di noi gli chiese: «A Marghany, che mangiate voi nel
vostro paese quando è festa?» E lui: «Nel nostro paese quando si
mangia è festa. Tombola!»
Come
tombola? A Marghany, ma che ce sei venuto dall'Africa a fregà i
sordi a noi?
E
nonna rideva con quella risatina che aveva solo lei.
Chissà
se adesso mi guarda da lassù. Se mi guarda, sicuramente penserà: «A
bella de nonna, ma come fai a magnatte er tofu?»
Lo
so, nonna, c'hai ragione, se c'eri tu me lo facevi diventà 'na bomba
calorica con due semplici mosse. Ma tu non puoi capì, adesso è
tutto diverso. Tu, nonna, fai parte di un'altra storia. La storia dei
Natali di tanti anni fa, di quelle feste molto romane e molto caloriche a casa
tua, che passavamo tutti insieme, tutti stretti intorno al tavolo,
coi fagioli sulla cartella della tombola che rotolavano via. Che
rotolavano via, proprio come gli anni che ci separano dai nostri
ricordi. E ammazza quanti anni sono.
sabato 13 dicembre 2014
Racconti fatali: STORIA DI BICE, FATA INFELICE
Ero una figlia d'arte. Mio padre era mago alla corte di Re Artù, mia madre una famosa fata delle nevi sui monti della Svizzera.
Alla tenera età di sei secoli fui mandata in un rinomato collegio per fate, dove avrei ricevuto un'educazione degna del mio rango.
Ma non ero felice, lì. Essere buona, gentile, educata, altruista, sorridente, non erano cose che facevano per me.
Durante una lezione di taglio e cucito trasformai il bidello in formichiere. Si rivelò anche un ottimo aspirapolvere.
Feci ingurgitare un potente filtro d'amore alla mia compagna Dolcilia, che s'innamorò perdutamente di una lampada. Durante una notte d'amore morì fulminata.
Mettevo letteralmente sotto i piedi il mio maestro, il mago Zerbino, il quale convocò i miei genitori.
Così mi portarono da un noto stregone, Sigmund Freddy, che mi tenne in analisi per quasi due secoli. La diagnosi fu sconvolgente: io ero una strega.
Come era potuto accadere? Una mutazione genetica? O forse un'avventura della fata delle nevi?
Fui internata in un istituto di rieducazione in Transilvania per essere recuperata e tornare a vivere in Svizzera con mia madre che, nel frattempo, si era risposata con un mago della finanza.
Le cose, però, andarono diversamente. Con l'aiuto del dottor Jeckyll – una persona ambigua, ma di buon cuore – riuscii a scappare insieme a Franky, un altro paziente dell'istituto: un tipo geniale, elettrizzante, con un fisico da fusto.
Vagammo per alcuni anni su una scopa rubata, passando per la Foresta Nera, il Bosco degli Gnomi e New York di notte.
Alla tenera età di sei secoli fui mandata in un rinomato collegio per fate, dove avrei ricevuto un'educazione degna del mio rango.
Ma non ero felice, lì. Essere buona, gentile, educata, altruista, sorridente, non erano cose che facevano per me.
Durante una lezione di taglio e cucito trasformai il bidello in formichiere. Si rivelò anche un ottimo aspirapolvere.
Feci ingurgitare un potente filtro d'amore alla mia compagna Dolcilia, che s'innamorò perdutamente di una lampada. Durante una notte d'amore morì fulminata.
Mettevo letteralmente sotto i piedi il mio maestro, il mago Zerbino, il quale convocò i miei genitori.
Così mi portarono da un noto stregone, Sigmund Freddy, che mi tenne in analisi per quasi due secoli. La diagnosi fu sconvolgente: io ero una strega.
Come era potuto accadere? Una mutazione genetica? O forse un'avventura della fata delle nevi?
Fui internata in un istituto di rieducazione in Transilvania per essere recuperata e tornare a vivere in Svizzera con mia madre che, nel frattempo, si era risposata con un mago della finanza.
Le cose, però, andarono diversamente. Con l'aiuto del dottor Jeckyll – una persona ambigua, ma di buon cuore – riuscii a scappare insieme a Franky, un altro paziente dell'istituto: un tipo geniale, elettrizzante, con un fisico da fusto.
Vagammo per alcuni anni su una scopa rubata, passando per la Foresta Nera, il Bosco degli Gnomi e New York di notte.
Un giorno, però, Franky ebbe un malore a causa di un'anemia latente.
Cadde dalla scopa e si schiantò al suolo. Io, che non avevo la patente, atterrai sull'Himalaya e fui soccorsa da uno Yeti, del quale mi innamorai.
Fu una tenera storia d'amore. Lui era dolce, comprensivo e molto peloso. Purtroppo durò poco. Due settimane dopo il nostro incontro, mentre cantavo Singing in the rain sulla neve, fui calpestata da un mammut che passava lì per caso.
Cadde dalla scopa e si schiantò al suolo. Io, che non avevo la patente, atterrai sull'Himalaya e fui soccorsa da uno Yeti, del quale mi innamorai.
Fu una tenera storia d'amore. Lui era dolce, comprensivo e molto peloso. Purtroppo durò poco. Due settimane dopo il nostro incontro, mentre cantavo Singing in the rain sulla neve, fui calpestata da un mammut che passava lì per caso.
martedì 2 dicembre 2014
TERMINI INUSUALI
Noiosità: ecco, non ero sicura che questa parola esistesse.
Invece è presente sul dizionario e significa:
1 Carattere di chi, di ciò che è noioso: l'esasperante n. di una giornata piovosa
Invece è presente sul dizionario e significa:
1 Carattere di chi, di ciò che è noioso: l'esasperante n. di una giornata piovosa
2 Ciò che è motivo di fastidio: sono seccato per tutte queste n.
Esattamente quello che volevo esprimere.
Che bella parola noiosità, se non ci fosse bisognerebbe inventarla.
Che bella parola noiosità, se non ci fosse bisognerebbe inventarla.
domenica 30 novembre 2014
Racconti fatali: STORIA DI BABY GINGER
Non ero ancora nata, ma già sapevo che avrei fatto la ballerina.
Al terzo mese di gestazione provavo i primi esercizi e mia madre andava dicendo a tutti che suo figlio sarebbe stato un calciatore.
Al quinto mese eseguii "Lo schiaccianoci". Fu un trionfo: alla fine suonarono le tube e un folto gruppo di globuli bianchi si coagulò intorno a me.
Al settimo mese passai al tip tap. Mia madre preferiva il classico, ma io, testarda, volli provare.
Anche se mi esercitai molto, i risultati non furono buoni: le scarpe non facevano rumore per via del liquido amniotico, che ammortizzava la risonanza.
Ripresi il classico fino all'ottavo mese. Affrontai una tournée e riscossi un discreto successo di anticorpi.
Non ero ancora soddisfatta.
Per tutto il nono mese provai lo spettacolo del debutto all'estero.
Quando mia madre partorì, uscii danzando "la morte del cigno". Lo ricordo come se fosse ieri: indossavo un tutù di tulle rosa e un paio di scarpette a punta argentate.
Tutti in sala parto erano commossi. L'ostetrica pianse per molte ore di seguito e morì disidratata.
Passai qualche giorno in incubatrice, dove conobbi Fred, nato settimino. Ci innamorammo subito, anche se lui era più giovane di me, e scoprimmo di avere in comune la passione per la danza.
Preparammo un passo a due e provocammo il delirio nel nido. Decine di neonati tentarono di uscire dalle culle per venire a stringerci la mano, ma la ressa provocò incidenti. Fu la strage.
Un'infermiera venne a separarci. Io ero disperata: piangevo e mi dimenavo mentre portavano via il mio Fred.
Passarono i mesi. Il giorno del mio compleanno, mentre ballavo una tarantella napoletana davanti alla torta, incontrai Pedro Tacco de Oro, un ballerino spagnolo di due anni e mezzo. Ci fidanzammo: era la prima volta che mi mettevo con uno maturo.
Organizzammo insieme una serie fortunata di spettacoli presso numerosi asili e scuole elementari, dove ballavamo il tango.
Fu proprio durante una di queste esibizioni che rividi lui, Fred.
Era seduto vicino a una biondina che faceva la capoclasse.
Io trasalii: il mio amore per lui non si era mai spento.
Lasciai il Tacco de Oro e tornai a danzare con Fred. Avevamo ormai tre anni.
Un giorno pensammo di allestire un balletto acquatico nella vasca del convento delle suore.
Ma... maledizione, non sapevamo ancora nuotare. E affogammo.
Al terzo mese di gestazione provavo i primi esercizi e mia madre andava dicendo a tutti che suo figlio sarebbe stato un calciatore.
Al quinto mese eseguii "Lo schiaccianoci". Fu un trionfo: alla fine suonarono le tube e un folto gruppo di globuli bianchi si coagulò intorno a me.
Al settimo mese passai al tip tap. Mia madre preferiva il classico, ma io, testarda, volli provare.
Anche se mi esercitai molto, i risultati non furono buoni: le scarpe non facevano rumore per via del liquido amniotico, che ammortizzava la risonanza.
Ripresi il classico fino all'ottavo mese. Affrontai una tournée e riscossi un discreto successo di anticorpi.
Non ero ancora soddisfatta.
Per tutto il nono mese provai lo spettacolo del debutto all'estero.
Quando mia madre partorì, uscii danzando "la morte del cigno". Lo ricordo come se fosse ieri: indossavo un tutù di tulle rosa e un paio di scarpette a punta argentate.
Tutti in sala parto erano commossi. L'ostetrica pianse per molte ore di seguito e morì disidratata.
Passai qualche giorno in incubatrice, dove conobbi Fred, nato settimino. Ci innamorammo subito, anche se lui era più giovane di me, e scoprimmo di avere in comune la passione per la danza.
Preparammo un passo a due e provocammo il delirio nel nido. Decine di neonati tentarono di uscire dalle culle per venire a stringerci la mano, ma la ressa provocò incidenti. Fu la strage.
Un'infermiera venne a separarci. Io ero disperata: piangevo e mi dimenavo mentre portavano via il mio Fred.
Passarono i mesi. Il giorno del mio compleanno, mentre ballavo una tarantella napoletana davanti alla torta, incontrai Pedro Tacco de Oro, un ballerino spagnolo di due anni e mezzo. Ci fidanzammo: era la prima volta che mi mettevo con uno maturo.
Organizzammo insieme una serie fortunata di spettacoli presso numerosi asili e scuole elementari, dove ballavamo il tango.
Fu proprio durante una di queste esibizioni che rividi lui, Fred.
Era seduto vicino a una biondina che faceva la capoclasse.
Io trasalii: il mio amore per lui non si era mai spento.
Lasciai il Tacco de Oro e tornai a danzare con Fred. Avevamo ormai tre anni.
Un giorno pensammo di allestire un balletto acquatico nella vasca del convento delle suore.
Ma... maledizione, non sapevamo ancora nuotare. E affogammo.
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